Ci sono due cose che si possono fare con un prodotto nuovo: quello che si è sempre fatto, ma meglio e più economicamente, o qualcosa di veramente, completamente nuovo. Nella produzione economica, come in quella artistica, c’è bisogno di ambedue gli elementi, che devono tenere il passo dell’intelligenza degli attori, della loro capacità empatica e telepatica, sempre limitate e in divenire. Sul mercato questa intelligenza è la sola garanzia di funzionamento, serietà che diviene uno stile, stile che può diventare assunzione di credibilità e affidabilità.

L’economia non è solo finanza, non è solo mercato, l’economia è intelligenza di largo respiro, comunione e condivisione di intenti, di vedute, di aspirazioni. E’ ridicolo parlare di economia senza codesti elementi, in assenza dei quali qualunque assemblea degli azionisti, anche la più svagata e incompetente ottiene il primato. Un’impresa vive di connessione con il mercato, ed è il mercato stesso che ha bisogno di una definizione precisa che sia attuale e completa, ma non si tratta certo solo di questo. L’impresa umana si compone di altri elementi non meno chiari e definiti.

Non esiste l’esperienza dell’impresa, se non quella che ci insegna che nessuna impresa è uguale a un’altra. L’impresa ci trova calmi, preparati e sereni, ma mai competenti. La competenza è il risultato dell’impresa e consiste della consapevolezza che non possiamo essere competenti che di materie assodate, prevedibili, materie che hanno molti più aspetti convenzionali che creativi. L’esperto, colui che ha l’esperienza dell’intelligenza è prezioso quanto elusivo, sfuggente perché ci può suggerire solo l’immensa complessità che nessun progetto può prevedere.

Perfino l’impresa stabile, quella che è il frutto di decine di crisi di incompetenza, di stabilità, di intelligenza delegata, di crescita e sviluppo, l’impresa consapevole del soffitto trasparente, ha ancora molte chance di ricerca. L’impresa per essere competitiva, promettente, sana e divertente, deve fondarsi su ricerca e sviluppo, ogni altra ipotesi è fallimentare. L’alternativa, per le imprese mediocri, è determinare il mercato limitandolo, mortificando la sua vitalità e fluidità in uno schema di rigidità protezionistica e contraria alla sua stessa natura.

E’ il mercato stesso, nella accezione sana e utile del termine, cioè quella di piazza regolata sulla necessità e non sulla convenienza, a determinare lo scopo dell’impresa. Il mercato regola i flussi della necessità, senza bisogno di alcuno stimolante ed eccitante artificiale. Non è nell’impresa, infatti, che vanno cercati vizi e insufficienze, ma nel mercato e nella sua strumentale deviazione. Se si permette che l’impresa mediocre o scadente prevalga il mercato sarà corrotto, perché i metodi di questa devianza lo degradano e lo scancellano. Non c’è nessuna mano invisibile a regolare il mercato, esso è determinato dalla coscienza della necessità, principe di ogni organismo sociale difendibile.