L’architettura, proprio la costruzione di edifici psichici, era il conforto della mia infanzia, la dimensione culturale in cui non mi sentivo velleitario o inadeguato. Ho attraversato l’idea di un artigianato alto, con una funzione educativa e di sostegno dell’umanità. Ho affrontato le idee d’insieme, connesse con una dimensione ampia ed estesa oltre a qualunque interpretazione individuale, ma pure i dettagli affidati a segni precisissimi. Insieme le visioni di città e di spazio intimo.

Architettura è ancora in qualche modo la definizione della più alta delle arti, quella capace di tenere insieme una visione larga, immanente, più ampia non solo della pittura ma perfino della musica. Un’arte emancipata anche dalle parole. La qualità materiale dell’architettura minerale sta in connessione profonda con un tempo maggiore della vita umana, quasi per definizione. L’architettura quindi è nientemeno che destinata in sé a trascendere la memoria del singolo.

L’architettura per me è attrezzatura di conforto, non sfida. Protezione, non esposizione. Questo significa principalmente per me che essa non deve più essere notevole. Si potrebbe affermare che essa al contrario dovrebbe essere trasparente, irriconoscibile, invisibile. Architettonica è la mentalità che l’architettura determina. Nel senso che c’è un’intelligenza in atto fra noi e l’architettura all’interno della quale ci troviamo. Questa intelligenza determina la nostra mentalità. Questa mentalità a sua volta determina la nostra architettura futura.

Questo non significa che immagino un’architettura sentimentale, atta a definire la nostra storia personale o le nostre voglie e le nostre ambizioni. Piuttosto parlo di uno spazio psichico totalmente imprescindibile per l’immaginazione, così come per la definizione e la rappresentazione intera del nostro stare al mondo. Lo spazio architettonico è l’influenza più colossale che la nostra mente si trova ad affrontare. La sensazione fisica e la visione psichica ne sono quasi completamente avvolte.

Non è facile affrontare lo spazio come inteso dalle complicazioni economiche in cui siamo immersi. Non attraente la sfida quotidiana che la sosta in luoghi inqualificabili pone al nostro intero essere. Anche quando si tratta di edifici lussuosi e pretenziosi, anzi probabilmente è vero che questi non sono meno oltraggiosi ed offensivi delle periferie più degradate. A volte il disgusto per lo stilismo sterile e frigido cui vengo esposto è sorprendente quanto il crogiolo della miseria ostinatamente cercata.