Venise

Mito principe dell’età moderna, ratificato da intere branche della psicologia e da costituzioni magistrali, la ricerca della felicità viene descritta come diritto fondamentale dell’uomo. Un po’ come il diritto alla vita, alla salute e alla libera circolazione nel mondo è un immagine che rinfresca, specialmente se non si tiene conto che sia basata su modi vagamente prevaricanti e in qualche senso esclusivi, proprio per definizione. Non risultano esserci mezzi sufficienti per la felicità di tutti, nel mondo, infatti.

La felicità viene vista sopra ogni altro come un mito progressivo. Si tratta di una ri cerca, del ri trovare oggetti perduti, come fosse una promessa regressiva ma che riguarda comunque il futuro. Una promessa, insomma, legata a condizioni inappellabili, alla conformità a norme e regole sociali comuni. Ovvio che la felicità non è obbiettivo intimo e privato, ma scopo da realizzare in pubblico, in relazione, sempre condizionato dalle attualità ambientali.

Il mito della libertà progressiva è il tratto essenziale dell’idea moderna, romantico o illuminista sia il suo colore, ed è scopo naturale implicito nell’idea eurocentrica, colonialista e speculativa. La licenza, vero nome della creatura pseudomitologica in oggetto, implica infatti uno strano concetto di superiorità: Sono più felice perché sono più progredito, meglio istruito, meglio formato, più portato quindi all’esercizio di una licenza maggiore del mio vicino, del mio prossimo, del mio relativo.

Non ha senso parlare di maggiore felicità tra pari. Come per la licenza non esistono misurazioni di valore precise o assolute. La mia licenza, come la mia felicità può essere solo, relativamente, maggiore o minore del mio corrispondente. Misuro la mia felicità (difficilmente slegata dalla mia licenza) sulla mancanza relativa in cui si trova il mio vicino, che non è quindi mio pari, che è (sempre in termini relativi) più o meno felice di me. Quindi la mia felicità è poggiata sulla minore o mancata felicità altrui.

La felicità non ha niente a che vedere con la gioia, che è un sentimento semplice e puro provato incondizionatamente, a trascendere completamente lo stato dei miei vicini, dei miei pari, dei miei relativi. Non ha niente a che vedere con la contentezza, che è uno stato più maturo dato dalla propria capacità di ritenersi soddisfatti e di evitare la frustrazione. Non ha niente a che vedere, infine, la felicità, con qualunque valore quantitativo. La qualità della felicità sarebbe l’unica misurabile, se potessimo pensare a una felicità assoluta.

La necessità, nel desiderio di felicità, è semplice: occorre rinunciare alla ricerca della felicità. La nostra insoddisfazione personale, la nostra frustrazione, il nostro avvilimento derivano probabilmente da un’attesa esagerata di felicità personale. A venir impoverite da questa, che diventa facilmente una pretesa, sono la nostra capacità di provare gioia ma anche la stessa nostra resistenza alla sofferenza, all’ordinario venir meno della nostra presenza di spirito, residuo di attaccamento e dipendenza a una vita solo ideale.