In quel capolavoro impossibile e labirintico che è La morte di Virgilio di Hermann Broch, il poeta latino vuole bruciare l’Eneide non perché la consideri imperfetta, ma al contrario perché “troppo bella”. Non è la bellezza secondo Virgilio (e secondo Broch) il compito dell’arte: ma interrogare il destino dell’uomo, ovvero la morte. Se non pensiamo la morte attraverso l’arte non possiamo pensare la vita, perché “chi ha raffigurato la morte ha dato figura a se stesso”. Fabrizio Coscia

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Forse non è la narrazione di un ritorno, la nostra vita. Piuttosto è un affacciarsi all’incognito, all’oceano, alla morte infine. Quelle che chiediamo sono spiegazioni su questo. Se immaginiamo un percorso verso uno scopo, solo allora la vita oltre ad avere un senso conquista pure una direzione. Ma non dobbiamo pensare troppo a scopi smisurati, prendere le misure del proprio stato e affrontarne i limiti è il solo modo di comprendere la propria posizione nel mondo, di visualizzare il percorso e tenere a fuoco qualunque scopo noi possiamo intuire. Il nostro lavoro può essere solo il confronto con questi limiti, ma il loro superamento è possibile solo se la visione è chiara.

Per avere queste spiegazioni dobbiamo necessariamente trovare il contatto con l’amore. A quel grado di intensità soltanto possiamo intuire il percorso, percepire l’inaspettato, considerare la destinazione. Il contatto con l’amore è il solo momento in cui il nostro lavoro è chiaro e la nostra forza è sufficiente a compierlo. Solo l’amore per la vita, quella luminosa elettricità che attraversa il cosmo, ci permette di affrontare il dovere che conta: accettare la nostra esistenza simultanea dentro e fuori di noi, di modo che la comprensione della nostra identità comunicabile non sia limite e chiusura della nostra umanità. La nostra presenza nel cosmo è la nostra presenza a noi stessi, indistinti da ogni altro essere.

Estasi deriva da due parole latine: ex (che significa a parte) e stasi (che significa stare in piedi) per indicare quel momento in cui la nostra presenza si allarga al di fuori di noi, separata dalla figura mondana, dai formalismi dettagliati e egocentrici delle nostre identità su cui siamo normalmente concentrati e ossessionati, e ricollegati con uno stato più primordiale e più necessario: la nostra comune natura umana. Ricordiamo, attraverso un momento estatico, com’è far parte di qualcosa di più grande di noi stessi, indifferente al nostro ego, la riunione con l’umanità.

Viceversa il destino è l’ipotesi di fedeltà, allo stesso modo del tutto naturale, alle condizioni che quegli strati delle nostre identità determinano nella nostra vita quotidiana, di relazione e di comunicazione. Nostro destino comune è la morte, trascurare questa evidenza è colpevole e malato. La morte ci indica la limitazione del tempo che può stringere tanto la nostra esperienza quanto la nostra intelligenza. Nostra responsabilità è meditare accuratamente su questo. In questo tempo limitato nostro solo dovere e pure nostro solo solo diritto è lavorare su questo.

Estatica è quell’azione in cui ogni arbitrio è sospeso. Uno stato mentale che deve sottendere necessariamente a qualunque ipotesi creativa. Paradossalmente, forse, siamo creativi quando deroghiamo completamente alla nostra affermazione personale, magari dando luogo invece al necessario processo ininterrotto di accettazione di sé stessi. Questo implica una ferma determinazione alla pratica estatica, quella deliziosa follia che speriamo arrivi dal cielo, o dalle nostre muse. Benedizione e fonte di delizia è quella avventura, opposta in modo complementare all’inevitabile destino del nostro stato transitorio.