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Saranno stati certi malefici imbrattacarte di regime, quelli che ora riempiono anche la più piccola delle aule universitarie. Ci sono sempre stati, messi in ombra forse quando lo studio era maggiormente destinato a ricercatori in buona fede, ad autentici segugi della verità, ai topi di biblioteca ma anche alle tigri, alle belve assetate di sapere, prive di tutta la retorica dello studioso esangue e lontano dalla realtà per definizione, da quelle macchiette ottocentesche esibite dai fautori di ogni sorta di regime autocratico.

Saranno stati i maledetti letterati della letteratura anziché della vita, i cercatori di trame stilizzate e flebili anziché della verità. Mi importa poco chi sia stato, perché alla fine della giornata il dato consiste solo di una mitomania falsa e deviante, di una ierofania falsata e strumentale, utile soltanto alla speculazione personale. Il falso mito della sincerità appartiene a spregevoli individui in mala fede, che non si occupano di diritto ma di abuso, che mirano alla soddisfazione del loro proprio indefinito disgusto.

La sincerità è una qualità che riguarda solo gli innocenti, per i quali coincide con una qualche verità intuibile e considerata ovvia. Concetto che si complica non appena emerga una qualunque supponenza, per diventare immediatamente possessività ed esclusione quando appare il senso di superiorità tipico dei moralisti. La sincerità vale quindi solo nel dominio incantato dell’innocenza, la quale sia chiaro, quando non è semplice tesoro dell’infanzia, quando è il frutto di una purezza riconquistata a caro prezzo, torna a essere destinazione suprema.

La sincerità quindi e comunque non ha niente di autenticamente mitologico, strumento com’è di approccio a una comunicazione che non deve essere resa ma gloria, non abbandono ma vittoria, sola certificazione dell’azione umana dignitosa. Essa è solo lasciapassare valido all’ingresso del mito, testimonianza del superamento del disincanto, del ritorno all’agorà primigenia, lo spazio in cui, fra pari, si tende all’equità, all’onestà e alla condivisione imparziale. La sincerità dovrebbe, se potesse, essere viatico per il vero mito.

La sincerità ha ben poco a che vedere con la verità se non è vista soltanto, la prima, come approccio degno alla seconda. Si è sinceri quando la si cerchi, la verità, non quando si intende concederla. L’esercizio della sincerità è lo spogliarsi della persona che ci fa da maschera, la deroga alla strutturina convenzionale che adoperiamo per attraversare il mondo. Davanti al margine, alla fine del mondo inteso come spazio convenzionale, abbandoniamo la menzogna, per entrare in luoghi meno ombrosi. Peraltro, noi che siamo sinceri, che ne sappiamo della verità?