Si può parlare dell’idea dell’immagine, descriverne l’essenza a parole. Ma una tale descrizione non sarà mai adeguata. Un’immagine può essere creata e fatta sentire. Può essere accettata o rifiutata. Ma nulla di tutto ciò può essere compreso in alcun senso cerebrale. L’idea di infinito non può essere espressa in parole o neppure descritta, ma può essere compresa attraverso l’arte, il che rende tangibile l’infinito.

Andrej Tarkovsky

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La percezione diretta dell’intelligenza è facilmente disturbata. Le opzioni quando questa percezione si riduce all’esperienza sono essenzialmente due: le negazione e l’invenzione. Di fronte all’esposizione a una qualunque forma pura dell’intelligenza in atto la mente primitiva scatta, automaticamente: essa accetta solo ciò che può tollerare, quindi sopportare, solo infine accettare, comprendere, capire. Nessuna ostilità quindi, per lo squilibrio della mente: esso è inevitabile e perfino accettabile in via transitoria.

La negazione non è solo l’opposto complementare dell’affermazione, la quale in qualche modo la comprende, come una necessità inevitabile. La negazione è un rifiuto attivo, ad uso protezionistico, difensivo, una sorta di meccanismo di protezione del noto, dell’accettabile, del sostenibile. La negazione cancella, dal nostro orizzonte interiore, quel che viene riconosciuto come ignoto, pericoloso, minaccioso. La nevrosi negazionista è totalmente comprensibile, ove non si miri a scendere sotto l’umanità anziché a superarla.

L’invenzione, al contrario, si occupa di inserire, nella intelligenza percepita, elementi diciamo così tranquillizzanti. Essa si occupa di introdurre nel paesaggio esperienziale ogni sorta di elemento di contenimento, di sostegno, di conforto nell’approccio alla novità esperita. Il nuovo ambiente percepito diviene sostenibile solo se siamo capaci di ricondurlo al conosciuto. La psicosi, accettabile per un momento, deve dissolversi durante l’esperienza stessa, pena altrimenti una sua radicalizzazione, la sua fissazione.

La priorità della mente, del suo progetto esistenziale limitato e transitorio ma anche nella sua estensione più realista ed attuale, è sempre e solo la calma. Questa priorità che potrebbe venir intesa come praticabile, all’interno di una educazione cosciente che si appellasse anche soltanto alle nostre possibilità primitive, si svela, nell’arco della vita, come unica e sola necessità. L’intero scopo della avventurosa tempesta che in questo modello di esistenza sperimentiamo, potrebbe essere la capacità di riconquistare la calma della mente.

Ci si immagina, in una definizione utile e ferma dell’equilibrio perfetto della mente, la capacità autonoma, disciplinata e immediata di calmare l’intero svolgersi del nostro paradigma percettivo. Consideriamo qui utile ogni esperienza che permetta di formare, mantenere e definire un ordine percettivo. L’esperienza dell’intelligenza, quella che dovrebbe permettere, agevolare e sostenere questo ordine, e che in effetti è quanto necessario per tale manutenzione, è anche, al suo primo apparire, la causa della maggiore turbolenza.