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La fine, per esempio, o meglio il fine, il quale è sempre nascosto, ben riparato dietro l’apparenza, l’illusione, la volontà di dare un senso al racconto. Il fine di un racconto è un insegnamento elusivo, troppo espanso o troppo contratto, inafferrabile. Il fine di un racconto è sempre etico, o forse soltanto esegetico, ma sempre molto più che soltanto estetico, forse anche sempre più che epistemologico.

L’incanto che dovrebbe quindi essere il fine di ogni racconto è molto più che la semplice sospensione del giudizio. La accettazione dell’esistenza del pregiudizio, comodo elemento utilissimo alla costituzione di una ignavia presentabile, di una accidia condivisa. Portiamo ogni pregiudizio attraverso la prova dell’azione che sbrana, che macella ogni idea e ogni certezza. Affrontiamo il disincanto.

L’incanto è l’unico mezzo del rinnovamento e chiede un altro importante sacrificio: l’accettazione della sofferenza. Solo quando ambedue le condizioni, la sospensione dell’abitudine e l’accettazione della sofferenza, sono presenti la nuova visione può dispiegarsi. Sbarazzarsi di pregiudizi e abitudini è l’azione che genera la sola vera attitudine all’avventura. La sola vera azione di cui possiamo essere capaci è quindi lo sbarazzarsi, il lasciar andare, la sola vera abilità è la capacità di accettazione della sparizione del carico.

La verità appare solo nell’incanto. Ma nell’incanto la verità può sfolgorare. Questa la condizione unica, principio e fine del racconto stesso: l’intuizione di un riflesso sfuggente, tanto elusivo da uscire dal tempo stesso, oltre che dallo spazio. La percezione attuale, istantanea, delle molteplici dimensioni occupate da un semplice lampo di verità. Una folgore che appartiene adesso anche alla nostra realtà, alla nostra vita.

In questo senso non possiamo sfuggire alla necessità del mito. Il pericolo infero consiste nella riduzione dell’esistenza all’adesione a un mito insufficiente. Il nostro mito ci deve sostenere nella semplice impresa del vivere il momento. Concessa la fiducia il mito stesso compirà ben altre imprese psicologiche. Esso ci fornirà, per cominciare, la percezione dell’estensibilità del momento.

Il dono del cielo (e del narratore) consiste tutto nella dilatazione, nella sospensione, nell’estensione di un momento di grazia. Una buona narrazione muta l’intuizione del momento perfetto in un intero paesaggio, popolato di figure luminose che da idee si fanno personaggi, di sentenze che si fanno paesi, di visioni che si fanno montagna, drago, tesoro, stivali delle sette leghe.

Ciò che rimane è il solo veicolo possibile: un carro che crei più di quel che consuma.