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L’esposizione della verità è quindi la natura del racconto, il suo fine, al quale vogliamo dare un ordine immaginando che la sua causa stia in un inizio. La nostra attenzione è all’erta, la nostra intera abilità all’opera. Abbiamo una rete di coincidenze che desiderano solo spiegarsi, darsi un ordine e una ragione. Cominciamo ogni racconto, anche il più misterioso o il più assurdo dei racconti con un “c’era una volta”.

C’era una volta il segreto che si può svelare agli uomini, quell’elusivo lampo che tale rimane finché ci si adatta alla prosa, è che può aumentare la sua permanenza nel tempo confidando nella poesia. Molta parte di questo segreto è destinato a rimanere inespresso per natura: abbiamo affrontato il segreto, o magari gli abbiamo solo girato intorno, sapendo fin dall’inizio che non ne saremmo usciti, di sicuro comunque non vittoriosi.

La nostra riserva è ancora vigile. Non siamo del tutto disposti a concedere la nostra fiducia, il sano scetticismo ci precede, poggiamo il nostro piede solo su terreni solidi, non siamo pazzi. La nostra intelligenza, la nostra facoltà di intuire un ambiente intero come reale, la nostra esperienza, la nostra abilità di comprendere che gli eventi durano o meno nel tempo, ci impedisce, in giusta misura, di abbandonarci all’esistenza di una alternativa.

Il buon narratore, ma anche il venditore di spazzole, ci persuadono a mettere il piede in una realtà alternativa. Mica ad andare a viverci, ad affrontare un viaggio per mare o la scalata di una montagna, si tratta solo di appoggiare un piede per un istante, tentare un buffo esperimento. Il narratore ci persuade a pensare che la terra su cui poggiamo il piede, su cui spostiamo solo una piccola parte del nostro peso, esista.

Tale realtà non è necessariamente aliena. Non è necessaria una idea di avventura per cominciare. Si può benissimo trattare di una richiesta minima. L’offerta, magari si farà più intensa più tardi. Il narratore è un tamburino che si regola sul nostro battito più intimo, il quale si trova dove si trova. La sua abilità consiste tutta nel portare questo battito altrove, rallentandolo se siamo troppo eccitati e accelerandolo se siamo svogliati.

La narrazione si svela allora per quello che è: alternativa ad un’altra narrazione. Come per il dolce si deve essere consapevoli del salato, dell’acido, dell’amaro. Per affrontare una narrazione utile possiamo essere consapevoli di abbandonarne un’altra. Qui comincia la responsabilità dell’uditore, del lettore, dell’osservatore. Perché la narrazione abbia la necessaria realtà occorre una importante assunzione di responsabilità. Niente è gratuito nella buona narrazione, essa esige un tributo.