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La storia che raccontiamo potrebbe essere un arbitrio. L’illustrazione che è stata chiara nella nostra mente per un momento soltanto, in un pomeriggio pigro che si riempie improvvisamente di immagini accavallate o in una notte insonne in cui i nostri organi più interni ricevono un segnale da qualche parte. Una di quelle mattinate d’agosto, in cui la luce del sole è così intensa, così bruciante da svelarsi, di colpo, come un nuovo inizio. Potrebbero essere invenzioni. Oppure no.

Nella storia che raccontiamo c’è sempre la convinzione, altrimenti non troveremmo la forza di affrontarla, che il nostro “c’era una volta” se ne stia lì a rappresentare “una volta per tutte”. Siamo infatti costretti a credere che stiamo lavorando ad un esempio universale, che contenga alcune chiavi, indispensabili all’umanità, capaci di estendere il campo di accesso a questa umanità, capaci di fornire un senso alla parola stessa: umanità, proprio in senso universale. La garanzia di non essere preda dell’arbitrio.

La chiave utile, di fronte a una biforcazione, è la capacità di vedere, perché l’intuizione, la comprensione, l’esperienza, l’intelligenza sono solo gli strumenti del vedere. Seguiamo un racconto illuminante, in alternativa a quello oscuro. Forse è una scelta, non lo sappiamo per certo. Di sicuro è necessario. Altrimenti la pena è la noia, l’ombra e la nebbia perenni, che ci privano di ogni divertimento.

Come definiremmo un racconto, in questa nostra assemblea intelligente e consapevole, la cui atmosfera sia caratterizzata da noia, ombre e nebbia che non abbiano solo funzione narrativa ma che siano l’unica realtà? Se la storia che raccontiamo, e che ci raccontiamo, è un arbitrio, tanto varrebbe seguire l’intuizione più luminosa. Altrimenti anziché procurare energia, il racconto ce la toglierebbe.

È necessario che ci siano boschi molto oscuri da attraversare, è ovvia la necessità che il porto, una mattina, possa apparire avvolto da una coltre pesante. Altrimenti la nostra coscienza si assopisce. Così l’opzione di Lafontaine, prepotentemente illuminista e progressista, quella dei Grimm, romantica e malinconicamente rassegnata all’esistenza del male, perfino quella desolata e metafisica di Basile, devono essere energetiche.

La materia della storia è sempre la materia della fiaba. La metafora non è soltanto un formidabile dispositivo strumentale, essa diventa l’asse portante, urlante come un simbolo, che regge ogni ipotesi narrativa. Ogni storia allude ad una realtà profonda, sfuggente perché non prona ad alcuna riduzione, la realtà di cui non si può parlare si maschera di oggetti e personaggi narrativi, che ci suggeriscono l’indicibile.