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È vero solo ciò che non muta, il resto è il tumulto della narrazione. È vera la percezione dell’esistenza nella luce, senza l’ombra. È vera l’esistenza del giorno, senza la notte, perché nell’ombra ogni cosa si rimette in dubbio, di notte la realtà si ribalta e il colpevole muore assassinato. Allora, proprio per questo, diventa necessario raccontare una storia.

Proprio per questo il racconto di una storia ha sempre carattere eccezionale, proprio dove vuole dimostrare l’universale. Perché alla verità, scopo di ogni ricerca fatta in buona fede ed unica soluzione alla frustrazione dell’essere umano che non aspiri solo ad essere umano, si può solo alludere. La verità rimane sempre il convitato di pietra, l’elusivo e sfuggente ospite di cui non si parla, e al quale non si può volgersi direttamente.

Non è un paradosso che la verità sia indicibile, neanche dal punto di vista del narratore meno determinato. Tutta questa costruzione, questa cospirazione tra narratore e ascoltatore, mira solo a portarci agli orli del presentabile, del ricco tessuto della esistenza umana, che forse è solo una parvenza. Il gioco psicologico e naturale si spinge con urgenza fin dove il terreno si fa scarno, sparso, impervio, pericoloso.

La verità comincia dove natura e cultura cessano la funzione propria di veicoli. Non è un territorio accogliente quella destinazione, non ci interessa abitarlo. Ne respiriamo la fragranza, per brevi momenti, e torniamo più consapevoli alla nostra condizione umana, in cui l’errore e la menzogna, l’abuso e il tradimento sembrano solo fiori di qualche giardino incolto ma accettabile, a tratti bello proprio per questo.

In ogni racconto la riflessione morale finisce per essere una. Vogliamo indicazioni di opportunità, la nozione dell’oriente che altrimenti si perde in ogni crepuscolo, la consolazione nella notte oscura, della quale siamo terrorizzati ma senza la quale nemmeno per un momento vogliamo vivere. Sconsiderati e provvisori in una condizione alla quale ci riferiamo nell’unica istanza alla quale è necessario rispondere.

È una domanda terribile la nostra, che non ammette deviazioni o sotterfugi. Una domanda davanti alla quale fuggiamo e dalla quale siamo sempre inseguiti. È in realtà una domanda molto pratica che non è soggetta a formule linguistiche sofisticabili. Una domanda che ha una risposta semplice: Se questo fosse il nostro ultimo giorno nella nostra forma abituale di umani perdonabili, saremmo dove siamo ora?