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Così la mente trova un assioma: un oggetto preciso nel racconto si deve presentare come un evento. Invece sappiamo bene che la causa di cui parliamo è solo un pretesto. La sorgente di un desiderio inesplicabile perché inattuale, eppure presente, urgente. Parliamo di un fatto il quale sappiamo essere solo una cospirazione. Improvvisamente importanza e bellezza non sono i nostri soli parametri.

Abbiamo personaggi che sono soltanto le diverse facce della possibilità unica. Quella di cui siamo noi stessi, coloro che pronunciano la battuta, servi e padroni, aguzzini e vittime, autori e interpreti. La possibilità che noi intuiamo non è nemmeno soggetto a descrizione, eppure attraverso l’avventurosa allusione poetica parliamo della cosa così come sta, nell’unico modo che abbiamo: la menzogna.

Perché l’attore leggero a sufficienza, in cospirazione con il suo autore, con il direttore, perfino con il suo produttore, lo sa sempre che il personaggio è solo una maschera, atta ad amplificare una voce improbabile, sa sempre che i fatti non hanno una vera esistenza e che il loro disporsi sulla scena è solo un pretesto, sa perfino che qualunque idea, anche la più luminosa, traballa avvolta da una teoria di ombre.

Noi sappiamo tutti che la sola cosa che esiste fin dall’inizio è il desiderio. Questo desiderio aspira ad una sola condizione che noi, qui, chiamiamo salvezza. Attraverso l’uso di una immaginazione creativa si danno le condizioni per il progresso, l’umile pellegrinaggio letterario che sposta ogni regola, usando proprio l’eccezione: la menzogna creativa. Noi diamo i nomi alle cose, mutandole in veicoli straordinari.

Noi abbiamo in mano lo strumento definitivo: la bugia, il sostituto della miseria e della desolazione umana, il solo capace di traghettarci oltre le insidie del fiume di fuoco. Dando per realista la possibilità di tale salvezza, trattando la speranza come fosse una lancia, attraversiamo il fiume. Costruiamo un ponte del tutto immaginario, un ponte che nella realtà non potrebbe mai reggere, e lo costruiamo mentre lo attraversiamo.

Potenza della poetica è l’avventura. La ribellione alla fisica mondana, al grave e alla sua implacabilità. La ribellione alla morte, incognita di una esistenza condannata. L’ipotesi letteraria, in tutta la sua presunzione, potrebbe non fermarsi nemmeno davanti alla morte, alla cessazione della condizione umana, alla catastrofe biologica, al disfacimento di muscoli, vene e pensiero articolabile, oltre la fine della parola.