“Nessuno, mai, riesce a dare l’esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è spesso come un pentolino di latta su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi mentre vorremmo intenerire le stelle.”

— Gustave Flaubert

Immagine PNG 2

Raccontiamo una storia solo perché la nostra mente è agitata dal tumulto del mondo, dall’esistenza apparente. Vogliamo un racconto che ci dimostri l’eternità del senso intrapreso, che intuiamo esserci ma che non riusciamo ad afferrare. Sia il mistero che la più varia delle assurdità riguardano sempre questo senso, lo avvolgono come un mantello, pronto a svelarsi nella luce del colpo di scena, l’elemento volitivo del linguaggio della mente superficiale.

Raccontiamo una storia perché vogliamo guarire, dalla corruzione della falsa conoscenza, dalla cupezza di quel momento che precede l’alba. Possiamo invece sopportare ogni orrore, che nasce anche dalla bellezza, possiamo sopportare la nostra irrilevanza, purché conosciamo il nostro tremendo potere. Possiamo sopportare anche la nostra stessa smania, che conduce quello che crediamo di essere a essere sempre meno prossimo alla luce. Ma non possiamo sopportare il vuoto.

La nostra aspirazione a guarire dalla malattia che ci contagia tutti, la smemoratezza, ci porta alla sola necessità, che è ricordare. La narrazione è la mappa attraverso la notte oscura, a prendere consapevolezza progressiva che la complessità del mondo è ricchezza e varietà, così preziosa da essere essa stessa medicina. L’inganno benevolo di questa narrazione contiene solo una promessa di verità, attraverso la vita.

La terapia a cui il racconto mira punta tutto sulla consapevolezza, gradualmente acquisita, della realtà dei personaggi, che compongono, tutti insieme, un’essenza. Desideriamo affrontare ogni faccia di quel poliedro smisurato che compone la possibile dimensione multipla e rinnovata di quel mistero che chiamiamo realtà. Desideriamo superare la malizia, l’inclinazione inevitabile della cattiva abitudine.

Siamo i nostri personaggi, ciascuno rappresentante una faccia ulteriore. Cerchiamo l’espansione, in fuga da una identità troppo limitata ed esclusiva. Seguiamo le linee divergenti di una storia sconfinata. Seguendo la curva ingannevole della storia riusciamo a ritrovare ciò che di fermo si trova al centro del nostro universo, il quale appare turbinoso, inconoscibile senza questa visione.

Ci opponiamo ai nostri personaggi, in una questua che ci impedisce di accettarli, conoscerli, amarli, in quel punto verso cui la storia ci conduce, e che ci sforziamo inutilmente di scansare. Questi personaggi, che inevitabilmente intuiscono più di quello che dicono, portano soddisfazione al desiderio latente, come canali di distribuzione che convergano al centro. Il centro in cui possiamo dare un senso a una esistenza che non ce l’ha.