Perché che fine può esserci a queste solitudini in cui non ci fu mai vero chiarore, né verticalità, né solida base, ma sempre queste cose pencolanti, slittanti in un franare senza fine, sotto un cielo senza memoria di mattino né speranza di sera. Queste cose, quali cose, venute da dove, fatte di che? E sembra che qui nulla si muova, né mai si sia mosso, né mai si muoverà, salvo io, che non mi muovo neanch’io quando sono qui, bensì osservo e mi mostro.

Samuel Beckett

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La vita umana si svolge nella sofferenza del cambiamento. La mutazione continua delle condizioni ambientali così come vengono percepite, il continuo adattamento intelligente alla evoluzione delle stesse condizioni fisiche, emotive, intellettuali in cui ci troviamo a vivere, sono fonte di una sofferenza utile, interessante, positiva ai fini della vita, non solo dell’esperienza della vita. Vivere significa scoprire, svelare, per vedere, per accettare, per capire. Scoprire implica una investigazione perfetta: il modo economico di condurre questa perfetta investigazione è adoperare l’esperienza (e l’intelligenza) altrui, il modo più efficace ed efficiente di utilizzare l’esperienza altrui è leggere.

Forse chiedersi che cosa sta realmente accadendo è la domanda sbagliata. Se realmente è una definizione filosoficamente non più sostenibile, allora forse dobbiamo chiederci che cosa sta davvero succedendo alla nostra percezione degli eventi, in quale modo questa sta cambiando, probabilmente procurandoci una sofferenza interiore intensa, la quale ugualmente, essendo così utile, non può che renderci migliori. La nostra percezione muta in relazione alla nostra capacità intelligente, di connessione con l’ambiente e con tutti gli elementi che lo costituiscono, compresa l’esperienza dei nostri compagni più prossimi.

I libri, almeno quelli che riescono a diventare patrimonio comune, sono ambienti. La funzione dello stile di scrittura, quello che l’autore sceglie più o meno a seconda dei casi, è utile alla definizione di un ambiente condivisibile, la funzione della storia è far risuonare le nostre corde più intime al fine di pacificarci, metterci a nostro agio oppure pungolare i nostri punti deboli mettendoci all’erta. Un libro insomma, crea uno spazio in cui riflettere diventa più facile, meditare su ciò che crediamo di essere e sulla nostra posizione nel mondo diventa possibile.

Lo spazio cui diamo luogo quando leggiamo è però indefinitamente più ampio di un libro. La nostra azione di lettori consapevoli, attenti ed impegnati crea un ambiente del tutto nuovo, apre una nuovissima possibilità universale unica ed irripetibile. Solo nel momento in cui il libro viene affrontato con la migliore consapevolezza esso diventa lo spazio di sperimentazione intelligente che deve essere. Questo significa, tra le altre cose che poco conta il giudizio che diamo di un libro, ma indefinitamente di più conta l’uso pratico, anche nella dimensione quotidiana, che ne facciamo. Un libro è meraviglioso quanto è utile.

Le condizioni in cui un libro risuona nella nostra dimensione più intima e quindi del tutto impersonale e quindi, per definizione, universale, sono diverse. Consideriamo due possibilità: quella di un libro geniale a cui rispondiamo in modo geniale, la condizione specialissima in cui la relazione perfetta si attua tra due persone (magari solo tra di loro). E pure consideriamo la possibilità di un classico, per definizione utile nel tempo e per una schiera ampissima di persone. In mezzo le dolorose traversie di un opera che difende i propri assunti senza potersi davvero occupare delle attese, di una miriade di opere (magari ingiustamente e per tanti motivi) destinate all’oblio.

Noi leggiamo perché abbiamo delle domande, che non siamo sempre capaci di esprimere, e a volte nemmeno di intendere, che ci bruciano. Leggiamo perchè abbiamo fame, sete, perché ci sentiamo soli. Leggiamo perché cerchiamo la luce, il suono, la parola. Leggiamo perché vogliamo misurare a piccoli passi l’intero universo conosciuto. Leggiamo perchè possiamo, ma sappiamo di non poter intendere davvero le risposte. Sappiamo che i libri non risolvono nulla e sappiamo che sono strumenti per risolvere qualunque cosa. Sappiamo che non sappiamo leggere, e tantomeno scrivere, e ci esercitiamo a farlo.