Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire di tinte: queste in musiche.

Eugenio Montale

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La pretesa di realtà, nello scritto, è pura illusione. La metafora è una sorta di iperrealismo licenzioso e poetico, una magnifica allegoria dell’esistenza letteraria, per definizione ideale ed immaginaria. Proprio nulla di male in questo, la comprensione è molto spesso fondata su una messa in scena regolata ad arte, sul travestimento di elementi incomprensibili, sulla mutazione dell’ignoto in disposizione familiare, accettabile, perfino auspicabile. Ammettere la mancata consistenza, oltre che la sfuggente naturalezza che desideriamo attribuire alle nostre abitudini e pregiudizi può portarci però, miracolosamente, ad un nuovo livello di consapevolezza.

Ciò che non è ammissibile, nell’esercizio letterario, è il falso. L’imbroglio degli elementi in gioco o la presa in giro del lettore attraverso l’infernale simulazione di una versione arbitraria degli eventi è un’azione criminale. Raccontare il mondo, secondo la propria interpretazione dei casi particolari, delle coincidenze cui ci troviamo di fronte, deve essere una azione compiuta in buona fede. I lettori stabiliscono questa condizione secondo la propria intelligenza ed esperienza in tempi brevi, di solito. La buona fede riconosciuta, la mancata offesa, la credibilità e l’affidabilità sono le qualità dello scrittore decente.

Pure: lo scritto mira alla verità. La quale non consiste di un intreccio di apparenti condizioni verificabili soltanto, anzi spesso chiede un importante atto di fede. Essa non consiste di una rete di affermazioni convenzionali, sulle quali cioè ci troviamo in accordo di sistema ideologico o politico. Piuttosto la verità che deve trasparire è la profonda nozione di assoluto che tutti condividiamo, il sentimento che fa di noi una identità conversante, una comunità diretta ed aspirante, una nazione insomma, che si ritrova in una lingua comune, in una comune speranza di luce.

Non possiamo davvero trattare nessuna verità. Le nostre sono piccole aperture parziali su una verità cui alludiamo, di cui facciamo parte insieme, scrittore e lettore, per un breve momento. Nondimeno sono queste aperture straordinarie opportunità: istanti in cui un’atmosfera, una tinta, uno spazio, possono entrare in noi, aprire in noi un meraviglioso luogo di meditazione e riflessione, procurarci il senso duraturo di una vitalità sufficiente, di una luce nutriente. Possiamo ammettere l’esistenza della verità, concederla, perfino, non comunicarla. Possiamo però concedere che la sofferenza del vivere è accettabile, anche perfettamente.

Nella luce della scrittura limpida, intima e per ciò stesso impersonale, priva di affermazione di sé e carica invece di desiderio di accettazione di sé, ferma e serena e perciò priva di arbitrio, possiamo, a nostra volta, immaginare. Il tempo è solo respiro, la memoria solo ispirazione. E’ questa ispirazione, l’assunzione di ciò che è fuori di noi, patrimonio di un prossimo che non è solo adiacente, ma proprio collocato in un tempo futuro ancora impercettibile, a darci il senso vitale. La lettura è ispirazione di un’aria nuova, inedita e ancora inadatta. La sofferenza che il prossimo induce è solo frizione che l’aria nuova produce nei nostri polmoni.