Non rimpiango le persone che ho perso col tempo… ma rimpiango il tempo che ho perso con certe persone, perché le persone non mi appartenevano, gli anni sì.
Carl Gustav Jung

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I Romanzi, da Don Quixote in qua, hanno ovvi intenti naturalistici, sociali, antropologici. Poi esistono i romanzi morali, etici, politici. Esistono infine esercizi di stile, di intrattenimento edonistico, narcisistico, di pura spettacolarizzazione fantastica. Esistono quindi tentativi di ogni ordine e grado, sui quali non esprimo alcuna considerazione gerarchica, di rappresentazione dell’esistente, del futuribile, dell’ideale. La sperimentazione narrativa, portata avanti ogni volta che lo stilema precedente si mostrava esaurito, inoltre, è incessante.

La novella romantica, non più fondata soltanto sul concetto nobile di amor cortese, è lo strumento di contemplazione dell’irreale, di una follia che se ne sta galleggiante aldisopra della vita ordinaria. Essa emerge, più leggera, dalla tradizione cavalleresca, dalla narrazione in versi aulica ed aristocratica. Rimane alta sulla vita quotidiana ma si spinge, insistentemente, verso la strada, verso la miseria introdotta dalla rivoluzione industriale, verso l’ingiustizia sociale ed infine verso il commento politico vero e proprio, verso un realismo che la porta inevitabilmente alla fine.

I romanzi sono perfetti veicoli, subdoli e spesso efficientissimi, di esplicazione di una qualche filosofia. Trama e ordito funzionali alla rappresentazione, corroborazione e dimostrazione di una qualche tesi, attraverso pseudo antitesi, pseudo argomentazioni dialettiche tutte risolte nella mente più o meno ispirata dell’autore. Finzioni facilmente smascherabili, quindi, e che implicano la bonaria complicità del lettore. Qualunque progetto è destinato al buon fine di una conversazione qualificata, di un dialogo fra pari immaginari.

Esaminiamo però lo spazio, per dire, fra i conflitti mondiali: abbastanza improvvisamente l’intera convenzione della trama esemplare, della storia conclusa, crolla in modo singolare. Il romanzo, nello spazio fra le due guerre, cessa di essere capace di raccontare una realtà plausibile ed il modello fallisce: si svela incapace, inefficiente, inefficace. La realtà cessa, in effetti, di essere narrabile così come sta. Per troppa complessità, per insufficienza di sintesi il modello si sfalda, diventa impotente, perfino sterile, strumento di una ideologia che ha terminato il suo corso.

Emerge così pure un nuovo stile, in mezzo ai tanti, che mira a fare i conti con questa scena improvvisamente troppo complessa, così come per essere raccontata anche per essere guardata, compresa, accettata. Questo stile si fonda su una necessaria sospensione indefinita del giudizio, addirittura sulla accettabile incapacità di darlo, su una nuovissima capacità all’opposto di accettare la sofferenza derivata dall’incompletezza, dalla mancata definizione dei valori di principio, così differente da quella ottocentesca che appare ora adatta solo alla nostalgia. La letteratura giunge al suo fallimento: l’impossibilità di essere sufficiente a descrivere l’inconsistenza.