Certo, possiamo ripetere le massime degli stoici per negare il dolore o per resistergli, ma ciò non riduce la nostra vulnerabilità
Edgard Morin

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La scrittura comincia con la raccolta dei dati. Eppure grandi quaderni pieni di appunti derivati da geniali intuizioni non bastano per una sola affermazione. Occorre trovare suffragio, corroborazione, sostegno e motivo in una colossale opera di ricerca e sviluppo, di organizzazione e di definizione di tali appunti che ci porteranno ad avere, se la ricerca è portata avanti in buona fede, con coraggio e determinazione, del terreno sotto i piedi.

Ma prima che la raccolta dei dati cominci, prima che le nostre buone doti di spigolatori sul terreno delle lettere emergano, appare, spesso nella luce tremolante dell’alba o del crepuscolo, la forma delle cose a venire. Magari qualche apparentemente irrilevante forma di vita assume particolare importanza ai nostri occhi, introducendo nella nostra esistenza una inquietudine linguistica, o etica, oppure epistemologica.

Ancora prima pero’ della forma delle cose a venire, della geniale intuizione, viene la domanda. Un imperativo categorico, in forma di enigma, avvolge il nostro intero essere, ne incrina la solidità, ne mina, temiamo per sempre, le fragili fondamenta. Siamo, per troppa leggerezza e per consapevolezza ondivaga, preda del demone locale, o di quello comune, oppure ancora più probabilmente quello interiore, vittime di una insana condizione: la curiosità.

La domanda emerge sempre da un errore. Facciamo un passo falso a causa di un’indecisione, di una esitazione, magari di un semplice equivoco, un inversione percettiva. Per esempio abbiamo sbagliato stazione e siamo scesi troppo presto, oppure entriamo in un ristorante sbagliato, in cui il menù è incomprensibile, abbiamo ordinato il vino sbagliato ad un’ora sbagliata. Magari ci siamo rivolti, confusi, ad un interlocutore sconosciuto oppure, semplicemente, siamo usciti dalla nostra stanza.

Ecco, prima di tutto l’errore è uscire dalla propria stanza. Muovere anche un solo passo fuori da essa ci espone a sofferenze inaudite, ad incomprensioni incontrollabili, ai disagi insopportabili del disorientamento, all’ineleganza dell’incontro fortuito cui spesso corrisponde la suprema mancanza di rispetto per il nostro etereo essere: una conversazione priva di gusto e di considerazione da cui scaturisce, inevitabilmente, una domanda per la quale non siamo affatto preparati.

Scriviamo per far fronte, al meglio del nostro equilibrio, a questo affronto. La domanda, per un comprensibile obbligo d’onore, o anche solo per rimarcare la nostra immaginaria dignità, deve avere la nostra risposta. L’inappropriata invasione della nostra discreta compostezza, l’incrinatura nella nostra ferma immagine di noi stessi impone una concisione e una precisione che solo la scrittura permette, nella sua luminosa efficenza. Scriviamo perché dobbiamo essere efficaci.

Scriviamo per tenere insieme una identità. A rimarcare ciò che viene messo in dubbio rispondiamo. Scriviamo anche perché la conversazione ci intriga, a dispetto della sensazione di venir trascinati, nostro malgrado, fuori dalla nostra competenza. Scriviamo perché siamo preda, anche solo leggermente, di una provocazione metafisica, insinuante, di un oltraggio comunque insidioso. Scriviamo perché ci hanno stanati, scovati, forse sottilmente sbranati. Scriviamo perché abbiamo letto.