Amo Flaubert perché dopo di lui non si può più pensare di fare come lui
Italo Calvino

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Non era nella visione di Tacito, il senso del progresso. La linearità progressiva delle sorti magnifiche dell’umanità non è un concetto corrente che per gli illuministi. Tutto si spiega con una propaganda industriale la più becera. La costruzione arbitraria di un immaginario strumentale: un po’ come l’introduzione del consumo di massa del caffè, fra gli operai nel Regno Unito, per distoglierli dal consumo di birra, che provocava incidenti in fabbrica. Eppure il senso del progresso è alla base del metodo storico come lo adoperiamo noi.

Il progresso mira alla produzione aumentata, oppure al sol dell’avvenire, a seconda del metodo ideologico in corso. Esso è stato tremendamente utile, come idea, al controllo industriale delle masse. Altrettanto ai nazisti è stato utile il concetto di regresso, quando questo occorreva per giustificare provvedimenti inaccettabili per qualunque comunità umana che aspirasse alla comprensione anziché all’identità nazionalista perseguita a tutti i costi.

Ciò che ci interessa comunque è questa idea di una storia lineare, che si svolge in una data direzione, che ha un inizio definito ed un corso difficilmente mutabile. Questa immagine è bastata per incantare, per un paio di secoli, scrittori e lettori felici di stare al passo con la visione tecnologica della storia. Molte teorie economiche, oltre ad altre politiche e protezionistiche, su questa idea si sono basate. Una vera e propria gerarchia storica.

Nemmeno nella visione di Vasari c’era l’idea di un tempo passato così ferocemente diverso da quello futuro. Le sue “Vite” si svolgono in una luce così intensamente assoluta da farle sembrare, nello stesso istante in cui vengono descritte, destinate all’eternità. Tale senso, non disgiunto da un certo sentimento ciclico, mai ha cessato di battere nel cuore di scrittori che hanno fatto della grandezza della propria visione strumento di autenticità.

Immaginiamo ora un tempo perfettamente circolare, orbitale, non per questo semplificato in eccesso, anzi, proprio per questo ricco di innumerevoli sfaccettature e complessità inenarrabili. Pare un poco scomodo, questo tempo, ma al contrario esso diviene, in fretta, molto più comprensibile, perfino accettabile. L’eternità cessa di essere un filo lunghissimo per svelarsi come l’incessante divenire che torna.

Il sogno che Krishna suggerisce ad Arjuna, in quel Mahabaratha interminabile, è lo stesso di Enea che risale la penisola, Le sirene di Ulisse sono le stesse che tormentano il povero Hidalgo della Mancha, il viaggio di ritorno a Itacha è lo stesso che spinge i marinai del Pequod alla ricerca di un tesoro custodito da un drago con il quale dovranno mimetizzarsi, cioè identificarsi, fino ad essere costretti a prenderne il posto “alla cieca“.