You must become an ignorant man again and see the sun again with an ignorant eye.
Wallace Stevens

Che cosa stupenda svegliarsi ogni giorno in questo mondo indeterminato, nebbioso, sbilenco. Ogni giorno è regalato, alla mia età, e l’esercizio di ricomposizione si porta via tutto il mio tempo. Sfilano ininterrotti gli elementi utilizzabili, nella memoria come tra le mani. Ne colgo aspetti sempre nuovi, tenendo ferma l’attenzione, e non è la verità che mi preme, piuttosto la consistenza, la struttura materiale. Preferisco gli aspetti colturali naturalmente: i semi più promettenti, le talee più vitali, i barbigli più carichi di stamina.

Ho fatto errori grandi, grazie al cielo. Ne ho gustato il sapore nuovo, dopo che ho guardato la nuova scena, dopo che ho compreso l’inespressa tensione della mia stessa volontà. Ne ho colto visuali come modi di comunicazione, ambientazioni terse e scorrevoli, evoluzioni di pensiero e di azione. Ho fatto errori invisibili, se non per me stesso, e ciò che si vede mi riguarda poco. Ho fatto errori che appaiano virtuali, oltre che veniali, ma che per me determinano l’incrinatura del mondo. Soprattutto, non ho imparato dai miei errori, l’unico peccato veramente mortale.

Mi sono terribilmente perso, grazie al cielo. Ho invertito le coordinate, camminato verso terre incognite, guardato passare le nuvole veloci di un nord del tutto estraneo. Ho ascoltato idiomi incomprensibili, ne ho decifrato le grammatiche, le inflessioni più particolari, senza tremare mai. Ho usato ingredienti nuovi, per cucinare e cantare. Ho vagato, quindi, senza scopo nè meta, com’è nella mia sciocca natura. Ho badato al punto di partenza, quindi a quello di arrivo, sapendo bene che solo il mezzo chiede la nostra dedizione, e non ammette sbavature. Ora lo vedo.

Ho confuso me stesso del tutto, grazie al cielo. Ho fatto di quel che credevo di essere un liquido gelato, ho lasciato che la mia identità si sbricioli, ne ho raccolto pezzi inutilizzabili. Non tento più di leggere il racconto della mia biografia, che pare quella di un invasore privo di memoria, un reduce instupidito. Ho permesso alla mia struttura di mimetizzarsi col terreno, con le nuvole, ho lasciato andare ogni catalizzatore di personali affermazioni, senza tenere stretto l’organo di accettazione, di comprensione ed equilibrio. Ora, solo la compassione rimane.