La nostra esistenza, da noi stessi percepita come solida e razionalmente sostenibile, è un vero miracolo. Facile confondersi, in tale condizione. Facile scivolare verso una percezione del mondo stabile fino alla rigidità, alla prevedibilità, alla meccanica più triviale. La nostra anima, invece, esige una vitalità estatica, una selvaggia e fiorente tensione alla moltiplicazione, alla crescita esponenziale ed incontrollata: i nostri sensi respirano in una dimensione che non ha nulla di ragionevole, in cui tutto è magico.

Magico è il senso multidimensionale niente affatto appiattito su una versione miserabile dell’esistenza umana. Ricco e versatile, questo senso mobile ed intelligente dell’umanità e dell’ambiente in cui essa può fiorire, è necessario per l’adattamento ad una realtà priva di punti fissi, certezze e valori dati come quella in cui ciascuno di noi si trova, ogni giorno, a vivere. Sfuggente a rigidità e meccanica, questo senso soltanto permette l’accesso alla vera vita comune.

Vero è che dietro l’angolo si trova l’opposto della tecnologia di azione poetica, che è scaramantica. Appare immediato lo spettro della superstizione, l’opposto della conoscenza. Ma come il corpo ha bisogno di cibo caldo e completo così la mente desidera immaginare, vedere, costruire un orizzonte. Ogni gesto poetico oscilla sull’orlo tra candore e ingenuità, difendendo l’una si scivola fatalmente nell’altra. L’azione ricreativa umana deve proteggere la sua competenza scaramantica preservandola dalle trappole della superstizione.

Il pensiero magico è considerato malattia mentale, distorsione del reale. In una sorta di malaugurata inversione che riguarda gli spettri della razionalità l’azione magica è considerata vana, contraddittoria e degna di una qualche umanità retrograda e infantile. Proprio l’immaginazione primitiva invece, ci porta al processo di completamento archetipico dell’esistenza, restituendo il vero respiro alle normali aspirazioni umane, che riguardano ogni aspetto della sua identità, della sua comunità.