Non ho alcun interesse per l’utopia. Il luogo immaginario in cui possa fiorire un’esistenza ideale mi lascia indifferente. Non si tratta solo del mio superficiale disincanto, direi piuttosto che il caos dell’esistenza è il principale motivo del mio interesse per essa, il solo campo in cui trovi utile la mia partecipazione al fare ordine. Muovere dal caos che trovo ogni giorno all’uscita del mio portone è la sola sfida di cui ho bisogno: riunisco le note intonate sparse sulla strada verso il mio ufficio, ne traggo accordi carichi di pathos e promesse, le attraverso cercando il silenzio.

L’incanto di questa esistenza sta tutto nel gesto che porta ordine, sia esso un atto di manutenzione o di semplice pulizia. Che si tratti di aggiustare una sedia o solo di lavare il pavimento, ogni mio movimento è volto alla risoluzione: dei contrasti, degli attriti, delle incongruenze. L’unico fascino che mi attrae viene dal disordine universale, che affronto nella mia quotidiana occupazione di lavanderia. Ne traggo ogni insegnamento, ogni direzione e veduta. Ciascuno dei miei prospetti per il futuro riguarda soltanto l’infinita lucidatura del cristallo.

L’equivoco maggiore deriva sempre dall’espressione di una fantasia sul proprio potere personale. Si tratta dell’opposto del senso di responsabilità, dell’inclinazione quasi antropologica al rifugiarsi in una qualche dimensione inventata, al rifiuto della consapevolezza di sé. Immaginarsi dotati di un potere personale è una trappola in cui le parti della nostra civiltà sono cadute da sempre. Una questione di valore, quindi gerarchica in modo pregiudiziale, fondata su un primato inorganico ed arbitrario: quello per cui esiste un modo giusto o almeno migliore di fare le cose, il quale deriva da un supposto potere personale.

Il trucco più usato per imbrogliare è affermare la propria mancanza di potere. Da questa affermazione, mascherata da accettazione della propria inferiorità ed inadeguatezza, nasce un personaggio maligno, insinuante: una impostura destinata ai danni maggiori per l’ambiente, che ne risulta corrotto e decaduto, come privato della naturale energia. Il culto su cui l’affermazione del proprio personaggio è fondata è il fattore più importante della negazione di una realtà in cui solo l’insieme genera il cambiamento, ed in cui non c’è proprio nulla da fare personalmente.