Quand’ero giovane mio padre aveva un piccolo ristorante, non uno di quelli veri in cui i cuochi paiono vedettes e ci sono cinquanta persone in cucina per quaranta coperti, ma uno semplice, di quelli in cui famiglie più o meno numerose venivano a celebrare i loro riti minimi, e anche quelli maggiori. Una piccola sala dai colori chiari, piena di luce, al contrario di quello che si usa adesso in città, l’arredamento era talmente ordinario da far sorridere, ora.

A nove o dieci anni mio padre mi portava a prendere il pesce, nei piccoli porti vicini o anche a un’ora di macchina, quando la stagione lo permetteva. Voleva farmi sentire l’odore del cibo freschissimo, perchè imparassi a distinguerlo, chè secondo lui in questa maniera non avrei mai potuto farne a meno. I pesci, scelti solo per la taglia perfetta erano tutti vivi, se non saltavano se ne stavano piegati con la testa e la coda in alto, grazie ad una disperata forza vitale.

A volte, se avevamo fatto presto, ci fermavamo vicino ai moli, sui ciottoli della riva, per pulirli in acqua di mare, proprio così: in un supremo omaggio alla dignità del pesce stesso, segno di una provvidenza che pareva illimitata. Nessun’altro toccava i pesci, finchè non stavano nel piatto, omaggio a commensali che erano gente di famiglia, affezionati e silenziosi. Mio padre parlava poco, ma non era mai un uomo rude, la sua gratitudine per la quotidiana fornitura di cibo era evidente nella qualità del suo servizio.

Penso sempre a lui, nelle riunioni con i giovani, e anche con quelli nemmeno più tanto, professionisti con cui mi capita di misurare la mia dedizione al mondo. Penso all’impegno, alla cura e all’attenzione necessari per diffondere la propria idea del mondo stesso, all’affermazione che ne scaturisce in opera, ma anche in parole e pensieri. Guardo negli occhi di questi dipendenti poco servizievoli, fondati su una convenzione spesso fredda e un poco miserabile, loro non mi vedono neanche.