At certain points in our existence we break off the nature of our existence and proceed to exist only in books, in written stuff, until we again have the opportunity to exist in nature and continue to exist in nature, very often as another person, always as another person. We couldn’t endure a life in nature, necessarily always a free nature, without respite, so we always step outside nature, for no reason but survival, and take refuge in our reading, and live for a long time in our books, a more undisturbed life. — Thomas Bernhard

Scrivere, per esempio. Mi ispirano i maestri della mia infanzia: Melville, di cui pure leggevo riduzioni inaccurate e tradotte senza stile, salvo poi realizzare, di fronte all’originale, di avere intuito bene. Stevenson, che mi ha mostrato che il mondo poteva essere descritto ma, come sopra, leggevo tradotto in una fede maliziosa che non riusciva a tradirlo. Leggo ancora l’Isola del Tesoro, nelle edizioni originali, e ritrovo lo stesso gusto per l’ineffabile che diventa un’ineffabile stile. Scrivo per imparare, non certo per insegnare nulla, per identificarmi con un atto che mi ha sempre salvato.

Godere della compagnia dei bambini, per esempio. Osservarne la dedizione alla fatalità, l’incuranza per l’effetto dei tagli, che lasciano un pavimento pieno di residui. Amministrare con buon esito l’educazione che mi danno, privi come sono del senso teleologico, immersi in una monade compatta ed autoregolante, privi soprattutto della malattia del domani. Il mio scopo era perdonare, ed essere perdonato da mio padre: nulla di tale, temo di esserci riuscito, e di non avere più nessuno scopo personale. Vivere ospite dei miei bambini rende possibile l’estensione della mia vita.

Cucinare il riso, per esempio, che richiede un’attenzione totale mentre raggiunge un punto ideale di cottura. L’esatta quantità di sale, che lo mantiene perfettamente compatto, oltre a renderlo sapido e delizioso. Sto ancora imparando a tagliare la cipolla, mentre so come separare le foglie dai gambi di sedano, pulire le carote senza disperderne l’aroma superficiale di terra e di rugiada. Mi sono ferito le mani, qualche volta, e ho sentito il sapore del mio stesso sangue. Peraltro adopero preparazioni e confezioni di altri, che spero intensamente usino la mia stessa cura, aspirino alla stessa pulizia.

Cantare spassionatamente, intonando una scatola cranica ben aperta con ossa del bacino ben rilassate. Esercitare la meditazione alla prima luce del mattino, per esempio, godendo del silenzio più perfetto, che in questa città dura più a lungo che in altre. Lasciare che la gola, il petto, il diaframma e la fronte risuonino piano, su frequenze multiple una dell’altra, fino a coprire uno spettro che è stato ampio, per un attimo. Mentre mi lascio confortevolmente invecchiare scopro di aver sempre saputo quanto sia breve la vita, e mi rammarico di non aver potuto godere di una stupidità ancora maggiore.