Così facile amare la vacanza: la sospensione dell’obbligo di esercizio. Chiusi uffici, funzioni, officine si sparisce tutti verso luoghi ideali, mitologici, perfetti. Una oscillazione ritmata che comprendo così poco, al contrario dell’evasione.

Ecco: il mio scopo è l’evasione, la fuga verso un’organizzazione meno desolata, un bilancio meno estorto, un riposo più efficiente. L’intero inverno se ne va a puntellare una struttura difettosa. Ne costruisco una nuova, piuttosto.

Ogni sospensione è una benedizione. Ogni cessazione un’opportunità. Ma lo scopo è evadere, non tornare. Lasciare il conforto dell’illuminazione elettrica, dell’aria condizionata e degli ascensori, lasciare il cibo congelato, i dialoghi carichi di formalità.

Non torno, mi allontano anche dai tigli, dalle fioriture di pianura. Salgo verso i larici, verso gli alpeggi in abbandono, o al largo, verso gli isolotti più brulli e silenziosi, cerco una luce che risuona forte, dentro di me, che mi appartiene ed alla quale appartengo.

C’è un solo scopo per chi desidera diventare umano: l’accettazione del dolore. E’ la paura del dolore che ci tiene chiusi nelle nostre case isolate, che ci porta a credere di esistere in noi stessi, che l’intelligenza e l’esperienza si sviluppino senza relazioni, senza una conversazione ed una visione comuni.

C’è un solo scopo per chi aspira ad essere umano: la sospensione del giudizio. E’ l’espressione di un giudizio, tranciata senza misurarne le conseguenze, che ci porta a disprezzare l’unica cosa che siamo davvero: intelligenza in atto, che si svolge tra quelli che sembrano individui. Esperienza in azione, che si svolge tra gli attori della conversazione.

Esiste un’etica comune, spesso opposta all’ordine sociale. Esiste una morale condivisa, che fa di noi agenti perbene, e che spesso è opposta alle norme ordinarie. Esiste una mente superiore, emozioni superiori, gesti superiori, e queste fanno di noi esseri umani. Esiste una mente primitiva, che ci impone abuso e sopraffazione.

La legalità non si occupa di giustizia, così come l’ordine non si occupa di creatività. Esistono strutture di protezione dal dolore fondate su una paura ancestrale, alimentata mentre viene negata. La paura del dolore implica l’esistenza di un nemico, o almeno di un avversario, o almeno di un competitore. Che siamo solo noi.