Ho visto molte strade d’Europa prima di avere vent’anni. Poi sono stato a Goa, a Taos, a Eshfahan, ho visto grandi architetture antiche, udito suoni estinti, bevuto e mangiato con le mani l’offerta di silenziosi ospiti dagli sguardi eloquenti quanto discreti. So di avere compiuto un cammino privilegiato al quale ho tentato di restare fedele, offrendo da mangiare ad ogni visitatore, rispettando ed amando le regole del canto intonato, ritmato nel tempo. Ho allevato bambini e continuo a farlo.

Viaggiare attraverso il mondo è sempre stato una follia. Troppe le dispersioni, troppe le inefficienze di una vita da viaggiatore, eppoi attraversando lo spazio il tempo accelera, e la vita è già troppo corta. La mia esistenza si svolge fra la stanza dei bambini e la cucina, ed è perfetta così. L’orto dovrebbe forse essere più grande, per avere la possibilità di lasciar entrare la vita selvaggia, ma anche l’ordine e la pulizia sono benedizioni del cielo.

Sono abbastanza vecchio da sapere di aver sprecato molto tempo, senza aprirmi ad una esperienza sufficiente e nemmeno ad una intelligenza degna, ma so che valore ha il mondo, so che valore ha per i suoi abitanti. Ogni viaggio è una peregrinazione verso il proprio cuore, cammino infido e carico di accidenti inaspettati, così come di trappole in cui desideriamo cadere. Ogni mondo è una mappa della nostra nozione dell’universo, e nel mondo siamo irrilevanti.

La mia lunga pratica seduto per terra mi ha insegnato due cose: il mio corpo è sempre esteso oltre la mia capacità di visione e la speranza è sempre abbastanza vicina da tendermi la mano. Resto in esercizio, nelle mie quotidiane faccende, abbastanza da tenere la mente occupata ed il cuore flessibile. Ma non c’è più nulla che il mondo fuori dal mio giardino può fornire che sia utile a prepararmi alla morte. Le poche foglie che il vento porta bastano per il mio fuoco.