Y DESPUES

Los laberintos
que crea el tiempo
se desvanecen.

(Sólo queda
el desierto)

El corazón
fuente del deseo,
se desvanece.

(Sólo queda
el desierto)

La ilusión de la aurora
y los besos
se desvanecen.

Sólo queda
el desierto.
Un ondulado
desierto.

Federico García Lorca (1898 – 1936)

Non c’è che qualche minuto, in certe giornate in cui lo scarto fra un momento e l’altro diventa particolarmente evidente, in cui la nostra vita diventa reale. Sono attimi di autentico respiro, in cui le nostre persone cessano di esistere, per lasciare il posto ad esseri incantati, capaci di vedere lo spazio tra le cose, la luce dorata che avvolge ogni essere vivente. Nei nostri luoghi, e pure nei momenti personali, non abbiamo accesso a ciò che siamo. Ne conserviamo il ricordo, mentre tentiamo di rendere più ampio il momento, il sapore di una esistenza più ricca e matura, come il senso di una luce più intensa.

Noi tutti desideriamo qualcosa. Che il tempo si riavvolga, fino a quel momento in cui avremmo potuto evitare le ripercussioni che ci hanno ridotto all’ombra di noi stessi. Che quelle parole non fossero state dette, mentre le porte si chiudevano lasciandoci in un mondo irriconoscibile. Che la salita finisca dietro la curva, che il prato sia verde e splendente come ce lo ricordiamo. La vita di un uomo dovrebbe raccogliersi intorno a sè stessa, tenere salda quella capacità di essere: senza reagire, senza agitarsi, respirando per bene. La nostra attenzione dovrebbe tenersi ferma, senza distrazioni.

La vita appare quando lasciamo spazio ad una esperienza autentica. Ma brucieremmo, arsi dalla fiamma stessa dell’eccitazione, se lasciassimo entrare ciò che desideriamo. Così, questi pochi attimi, sparsi in poche giornate, diventano quella piccolissima zona di realtà cui abbiamo accesso. Poi c’è la memoria, la sublimazione di una esperienza riflessa in un prisma carico di facce ben equilibrate, bilanciate, assimilabili in una dimensione emotiva progressivamente più matura. Poi c’è la condivisione, attraverso la quale riconosciamo i nostri simili, coloro che conoscono lo stesso momento esteso in cui viviamo tutti.

E’ questa esperienza, modulata in luoghi calmi e spaziosi, che attraverso gli anni ci rende umani. E’ questa intelligenza fra esperienze accomunabili che ci rende, finalmente, esseri che abitano uno spazio comune, identico. Allora tutto cambia: possiamo risuonare ampiamente e a lungo, acquistare momento per momento la consapevolezza vitale, che rende comprensibile il tempo, il lungo filo avvolto al fuso della necessità. Da questa dimensione lo spazio si curva in modo differente, il suono si fa via via più largo, arioso e limpido. Solo allora siamo svegli.