Non è tanto una questione di memoria, il raccontare una storia. Piuttosto di vista, di profondità di campo, di illuminazione e taglio. Il montaggio di una inquadratura, che può sembrare una tecnica solo cinematografica, nello spazio delle storie che mi riguardano è tutto. Poi, le parole. Che sono sorgenti di luce, riverberi incantati del sogno di qualcuno, che si è svegliato di colpo e ha visto me. Voglio raccontare cosa costui ha visto, in quell’inquadratura spontanea ed inattesa in cui ha conosciuto il mio modo, il suono che solo la mia voce ha. E’ un racconto vocale, la mia storia, tagliato nella luce.

Non che io desideri parlare davvero di me, che sono l’unica persona che conosco e con cui mi annoio un po’. Piuttosto sono i modi di visione altrui che mi intrigano, le loro particolari idiosincrasie, che rendono ogni oggetto illuminato interessante. Credo che debba essere raccontato quel che vede qualcuno che sia precipitato in un disincanto autentico, che abbia cioè attraversato regioni incantate e ne sia uscito vivo, capace di riprendersi forza e volontà. Credo ci sia bisogno di storie esemplari, sempre le stesse, e che qualcuno debba pur raccontarle. Nel processo, mentre al centro della scena non c’è nessuno, parlo di quel che so.

L’investigazione, su questo fragilissimo ed incantevole pianeta, è la vera attività umana. Uno sguardo attento, esteso quanto profondo, alle apparentemente impenetrabili avversità, è il senso della nostra avventura su questo ponte, su questo percorso sospeso che allude ad una trasformazione pietosa, carica di misericordia e carità. Non analisi, non sintesi, piuttosto una ampia e distesa respirazione, che tiene conto di ogni congegno sulla strada incontrato, di ogni dispositivo misterioso ci si pari di fronte, senza rinunciare a vedere, senza illudersi di capire. La storia umana è fatta di domande, messe insieme senza modestia, profondissimamente umili.

Tentare di capire quale sia il fine di questo transito è sciocco e vile. Concentrarsi su questo appare visibilmente fuori luogo, ed è avvilente che sia considerata una necessità primaria. Accettare sè stessi ed il mondo intero proiettato fuori di sè viene molto prima di qualunque affermazione, pure: accettare, comprendere, assumere sono posizioni ancora distanti e comunque diverse dal capire, che implica una presa di posizione data. Certo, vivere, detto questo, è puramente un’avventura, e quindi non è da tutti. Ma la necessità è formulare la giusta domanda, non vivere. Necessario è organizzare la propria capacità di gioco, non vincere. Necessario, insomma, è trattenere un modello mentale di qualità abbastanza a lungo da poter compiere un salto efficace.