Ad Astor Place, a due passi da Broadway ma quando ancora il profumo del Village riempie tutta l’aria, c’è il mio caffè preferito in quest’isola di granito. Di fronte a Barnes e Noble’s, dietro a finestre decorate con piccoli vasi di fiori, trovo quello che è probabilmente il miglior espresso Illy della città, da Karen. Dalla finestra vedo il grande negozio di liquori (sono immensi questi negozi di liquori, e vendono bottiglie grandissime) nel quale posso comprare le bottiglie di vino del collio che i miei amici scoprono con un certo incanto. Gusto la mia residenza in un antico villaggio anglossassone, bianco e protestante, in un luogo in cui la frantumazione è avvenuta da tempo.

Qui ci sono anche il mio negozio di dischi favorito, meglio di altri anche a Bleeker, i migliori Bagel, e mi piace sempre passare di qui mentre vado a Washington square. Ma non mi fraintendete, non sono il perditempo che sembro, solo: guadagnare tempo non è la mia illusione preferita. La necessità che avverto, in questi caldissimi mesi, è soprattutto quella di abitare luoghi così larghi, in cui la dimensione delle cose finisce per essere totalmente sfuggente, inafferrabile, ed io posso sentirmi con un certo agio l’uomo irrilevante che sono, il cui scopo è unicamente passare il tempo.

Con la mia solita indolenza sfido chiunque a misurarsi con un qualunque futuro, d’altra parte. Gli strumenti per l’immaginazione di questo futuro: l’identità, la comunità e l’educazione sembrano essere quanto di meno disponibile, sul mercato, adesso. Pure, mentre guardo il (nemmeno tanto) lento evolvere in senso dissolutivo di questa città, ne intuisco sempre meglio i notevolissimi punti di forza, proprio nel senso dei tre elementi appena elencati. Non vedo niente del genere a Shang’hai, come non ho mai visto niente del genere a Tokyo. Oggi, di fronte a me, mentre svaniscono gli elementi costitutivi della civiltà occidentale anche a Napoli, a San Paolo, Mumbai, pensare al futuro è vano e sciocco.

La mia quotidiana passeggiata meditativa si svolge lentamente. Quella leggera e sporadica conversazione di cui mi nutro è ritmata in modo eccessivamente disteso per essere davvero condivisa. Mai avuta alcuna fretta, io, e questa dilatazione tecnica dello spazio e del tempo mi è indispensabile, urgente, vitale. Non che incontri più qualcuno che la detesti davvero, e adattarsi ai miei modi è stato più difficile, per chi ha meno di sessant’anni. Pure, l’unica novità in città è la maggiore frequenza in cui noto la presenza rilevante degli anziani, di quegli stessi baby boomers che hanno reso questo luogo così frenetico negli ultimi cinquant’anni.