I nostri migliori campioni, coloro che guardano il futuro e si attardano a descriverlo per tutti noi, sono tristi. Parlo di quelli che ancora hanno abbastanza energia (e tempo a disposizione) da farsi vedere, di quelli che hanno forza e potere (e disponibilità) tali da saper rendere la visione a gesti, attraverso allusioni e rappresentazioni visibili per tutti. Sono tristi anche, e forse soprattutto, per la nostra apatia, per la nostra mancanza di empatia e compassione, irrigiditi come siamo in una negazione ostinata, brutale.

Dico tristi però, non preoccupati. Dico pure disperati, ma in contatto con una speranza incrollabile, chè ci sono più paure che mali, al mondo, al contrario di quanto si possa immaginare nella vita quotidiana. E’ la tristezza della solitudine, di una mancata compagnia. La tristezza della cessazione della comunità, dell’identità perfino, ma dovrei dire della mancanza di consapevolezza, invece, di una comunità e di una identità che sono l’unica cosa reale, per quanto ci riguarda.

Il nostro scopo attuale è realizzare questa comunità, nella nostra coscienza prima che in qualunque luogo, renderla quel che è. Trovare un accordo sul vocabolario senza ridurre le nostre aspirazioni a qualcosa di meno che essere umani. Organizzare una consonanza su quella che deve essere la speciale devozione esercitata: la melodia che dobbiamo pronunciare intonati, ritmati sullo stesso tempo, flessibili e connessi alla nostra mente, quella che ci rende un solo uomo in molti corpi.

Tradurre la visione in un linguaggio ampio, sufficentemente semplice da attraversare le resistenze e gli sbarramenti, non è facile. Molta parte di questa traduzione è finalizzata alla comprensione, non certo solo alla comunicazione, altrimenti il gioco sarebbe fallimentare. La comprensione degli eventi implica l’assunzione di molti punti di vista, in cerca di una intelligenza elusiva: implica l’assunzione della virtù come un dato, come una necessità improrogabile, l’unica imprescindibile, in effetti.