La nostra educazione individuale prevede un lungo cammino. L’adesione alla comunità è il primo passo, insieme alla dichiarazione d’identità che compiamo naturalmente. Passi successivi sono la sottomissione all’autorità e la percezione del servizio che ci viene chiesto. Ogni mezzo ci porti verso la visione diretta, più tardi, è il benvenuto, e questo è il punto. Ogni educazione ci porta più vicino a noi stessi, e noi l’affrontiamo. Lo scopo è guardare, ascoltare, sentire l’universo così come sta.

Nostro strumento è la contemplazione, la riflessione condivisa, le lettere, infine. Miriamo alla stabilizzazione di una intelligenza comune, che sia capace di addentrarsi nelle finezze della percezione umana, che sia in grado, cioè, di essere all’altezza delle umane responsabilità nella definizione dell’universo intero. Nè più, nè meno. Non procediamo per argomentazione ma grazie ad un consenso basato sul veto, la mancanza di accordo ferma ogni processo.

Due sono le attività considerevoli: L’Azione e la ConversAzione, angoli opposti e complementari dello stesso modo esistenziale che tutti possiamo condividere. In mezzo, ambiguo e letterario, questo stile azzardato di condurre un gioco: il discorso, la lezione didascalica, la risposta ad una domanda che non c’è. Nella realtà, percepibile soltanto mercè la meditazione, ogni giudizio di valore è irrilevante. L’azione ci mette al centro della scena terrestre, la conversazione in contatto con i nostri vicini. Non è mai una questione di valore, nè di gerarchia, e nemmeno di un qualche ordine sociale.

Il racconto letterario della propria versione dell’esistente è finalizzante ad ambedue le attività. Forse ogni Azione è indifferita da una appropriata ConversAzione, forse ogni conversazione è motore e spinta ad una appropriata azione. Ogni racconto deve essere conversativo, insomma, capace cioè di raccogliere istanze a cui può dare luogo, verso, moto verso le risposte già di principio contenute nella domanda. Forse io dovrei tacere, aspettando una domanda.