Una definizione di cultura, mentre si smantellano le istituzioni scientifiche di ricerca nel paese dei balocchi: il processo di sviluppo, crescita, fioritura e utilizzo per nutrimento di buona parte del raccolto. Non è preoccupante una finanziaria che si adatta ad una politica europea di dismissione. Tantomeno sono preoccupanti le dismissioni in generale. Il mantenimento artificiale di territori sterili e definitivamente autoreferenziali mi trova indifferente, in effetti.

Scopo di qualunque cultura umana è l’interfaccia con la natura. A completamento e ad intero utilizzo delle meraviglie della natura ci si attrezza, rendendo onore alla gioiosa esuberanza delle capacità del pianeta. Poi c’è l’avidità, l’illusione dell’accumulo, la spinta ed il sostegno di economie fallimentari che non mi riguardano. L’intero spirito accademico, e l’università degli studi, sono ambienti che faticano a ritrovarsi in qualunque organizzazione statale, che può solo limitarsi alla liberalità ed alla subordinazione.

La pretesa di attributo scientifico alla ricerca, svolta stante la ripetibilità dei processi e degli esiti, mi riguarda poco. Non che io non creda all’esistenza di una analisi adatta all’esempio ed all’illustrazione, ma non c’è nella mia esperienza qualcosa come la ripetitività dei fenomeni naturali. Ciascun evento spiega e giustifica soltanto sè stesso, nessuna lezione imparata in modo sperimentale è applicabile ad una qualunque catena di eventi simili. Insomma l’accademia si deve occupare soltanto di intelligenza: della connessione di molte menti a formarne una.

Tutto questo non è soggetto di una possibile protezione. Il mantenimento di qualunque struttura atta alla protezione dell’intelligenza mi sembra buffo e forse ridicolo. L’intelligenza si sviluppa e propaga solo in condizioni difficili, scomode e precarie: le stesse in cui si sviluppa e propaga la volontà, il desiderio, la vitalità. La ricerca scientifica somiglia molto di più ad una osservazione istantanea dello stato energetico della realtà che alla tabella di eventi supposti ripetibili, sfruttabili e comunque strumentali che scopro nei testi scientifici e che è l’unica cosa che si può davvero comunicare, dire: insegnare insomma.