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Il verde nel mare è di una verità, che gl’impasti dei più raffinati colori e le più sottili velature non possono imitare neanche di lontano. Non parlo delle spiagge e dei mari diversi; lo stesso mare, la stessa spiaggia nella stessa stagione non ha mai la stessa tinta l’un giorno e l’altro. Ad ogni moto dell’acqua corrisponde una gradazione differente di verde, di azzurro, di tinte neutre, e i moti dell’acqua sono innumerevoli, dalla impassibile calma ai furori ciechi della tempesta. Anche senza andare fino allo spavento dei cavalloni, il nuotatore lo sa. Conosce le ondette piccole, che, come il passo rapido e breve di una crestaina, si seguono l’una all’altra senza romore: sono verdoline con un pizzico di giallo. Conosce le ondette larghe, lente, ancora graziose e leggermente azzurrognole, indizio di una bufera lontana.

Camillo Boito – Il maestro di setticlavio

Un tratto fondamentale, quello che ha permesso ad una personalità tanto obliqua quanto seducente di affermarsi, è l’insicurezza. Io mi ci avvolgo, nella mia insicurezza, godendone come di una confortevole coperta. La mia principale difficoltà, agli occhi di un mondo contabile, è la qualità di cui vado fiero.

Mi muovo sempre in un mondo sconosciuto, in cui le nuove lingue appaiono come dessert gelati, deliziose e precarie. L’intera scena si dissolve mentre l’attraverso, mai capace di familiarizzare. Poi, mentre costruisco ponti di connessione, senza affanno sia chiaro, ciascuna sponda si allontana, a mai più rivederci.

Ed è un mondo inafferrabile il mio, inconoscibile quanto me, che cambio abiti ogni volta che attraverso una porta. Le mie mani sono incapaci di trattenere qualsiasi cosa, ogni giorno richiede nuove conoscenze per me, a sostituire quelle obsolete. Così, mi crògiolo in questa inconsistenza ambientale, irripetibile quanto luminescente.

Posso insegnare a sfuggire ogni certezza, chè sono consapevole che l’unica terra ferma è svanita davanti agli occhi dell’osservatore che ero. Come chi sia pratico della vanità mentale può curare chi l’affronti per la prima volta, così io sono docente di suoli sdrucciòli, di etichette mobili, a confondere ogni base di dati che prescinda dall’istante.

Sempre stato un impostore, io, tutto qui. Un fine egoista, un manipolatore sulla media distanza, come si confà ad un funambolo professionista. Posso persuadere chiunque su molte cose, alcuni su quasi tutto, posso vendere qualunque cosa priva di valore, al punto che provo una vergogna sottile, impalpabile e che pure non cessa mai di sorprendermi, anche in mezzo ai gesti più consueti.

E’ una malattia che ho pagato cara la mia. Tanto è vero che mai ho provato il sottile brivido del rimpianto (per le cose che non ho fatto) quanto che vengo spesso roso dal rimorso (per le cose che ho fatto). Tutto quel che riesco a trarre da codesta lucidità è una incrementale ma definitiva inclinazione all’inazione. Non tanto per godermela, che sarebbe anche fine come perversione, ma proprio per lasciarmici soffocare.