RubberSoul1a0

L’interpretazione dei sogni è tutto. Non solo non esiste una realtà gerarchicamente più rilevante, un vero assurdo gnoseologico, ma ciascuna delle organizzazioni ambientali immaginate è valida, rispettabile ed utile. Ovvio che non siamo in grado consapevolmente di sciegliere ciascun aspetto di quella che definiamo realtà quotidiana, pure ugualmente siamo responsabili anche del colore che attribuiamo ai fiori.

Al diavolo le panzane della comunicazione: nessuno di noi è in grado di stabilire quale sia il colore di un fiore, quello che abbiamo davanti agli occhi e osserviamo insieme, e di comunicarlo ad un altro. Non ci sono i termini, ammesso anche che ci siano modi di percezione sufficientemente comuni, coni e bastoncelli vagamente simili, esperienze visive e capacità di lettura paragonabili sensatamente. Non siamo in grado di dire nulla che l’altro già non sappia.

Lo stesso per i suoni, caratteristici sempre e peculiari alla nostra udizione. Figuriamoci comunicare l’esperienza del gusto, per associazioni che fingono di essere assiomi. Anche le più condivise esperienze sensoriali sono solo il risultato di manipolazioni (ed automanipolazioni) sofisticatissime. La riduzione dell’esperienza della realtà a soli cinque sensi, i soli convenzionabili ma neanche quelli davvero, è risibile.

La realtà è sempre questione di gusti. Assecondiamo i nostri gusti in fatto di ambienti, associati a situazioni di conforto o di dolore, stabiliamo priorità di possesso e accesso solo a seconda delle specialissime, ma neanche tanto, nostre priorità singolari. Decoriamo i nostri sogni in uno stile che troviamo caratteristico e forse invece è soltanto arbitrario. Rimane la necessità di assumere la responsabilità di ogni interpretazione.

L’esercizio della volontà è tutto probabilmente solo in questo senso. La volontà, nell’interpretazione, è rilevante quanto l’intelligenza, che spesso stabiliamo propria in una scala di valori inventata, senza esercizio, senza alcun riferimento universale. Perchè l’accesso ad un riferimento universale implica l’immediata sospensione dell’unico esercizio patologico che rivendichiamo: la selezione fra ciò che ci piace e ciò che non ci piace. Proprio mentre l’unica cosa che ci servirebbe, invece, sarebbe una visione immediata.