E’ una allusione purissima, la nostra comunità. Somiglia ad una barca di carta con cui affrontare l’oceano. I fili che ci legano sono talmente sottili da pervadere ogni aspetto del nostro essere, completamente indifferenti all’esercizio di qualunque volontà, progetto, pianificazione. Se facessimo abbastanza attenzione, voglio dire se fossimo capaci di fare attenzione anche a qualche altro aspetto della nostra vita, i fili apparirebbero alla nostra visione, ne prenderemmo atto.

Qualunque visione religiosa mira alla consapevolezza attuale della comunità. Una lingua comune, atti sequenziali comuni, usi e riti perpetuati in una realtà che deve essere continuamente confermata, per non perdere il filo, per non perdersi il meglio. Una comunità è definita anche dai suoi edifici, dal cibo, dall’abbigliamento e dall’andatura, ma sopra ogni altra cosa essa è definita dalla speciale inclinazione del proprio sguardo: una comunità è priva di paure folli, speranze vane, è priva di vergogna.

Sono molte le minacce alla consapevolezza di sè: la principale è la distrazione. La dispersione e la mancata coscienza dell’opportunità sono molto importanti, ma è la perdita di attenzione che genera l’inconsapevolezza. Eppure la comunità, nella sua forma più pura, è sfuggente, ma sopravvive sempre. Uno shock, la frattura delle condizioni abituali, ma anche soltanto la stracciatura del velo: ogni tratto fondamentale, la solidarietà, la comprensione, l’unità, appaiono intonse.

Illusione è l’interpretazione dello stato delle cose. Guardiamo le cose direttamente solo quando il castello di abitudini che così alacremente coltiviamo, cade. Allora il dramma universale dell’esistenza appare in tutto il suo splendore, la forza che ci tiene in vita, che smuove il guizzo di ogni semenza, che permette al calore di spezzare ogni guscio, entra in scena pure se soltanto, ora, nella nostra coscienza. Cosa vogliamo difendere? Siamo gente leggera, in fondo, e l’oceano è così piccolo.