3771487824_00f9dde18c_o

La luce che si insinua sui canali, specie di prima mattina, è una luce d’acqua: non è la luce di Turner che risale la Senna e neppure ricorda la luce di Arles, fatta di splendenti campi di lavanda. E’ invece una luce di fratta, che si svolge appena sopra le fondamenta, annullata e ambrata da murate che sembrano antichissime: patinato il verde marcio, elusivo di brillanti.

Seguire insieme ad un tratto d’inchiostro la vita di una goccia d’acqua è lo scopo di tutta questa cospirazione luminosa, di tutta questa immaginaria architettura. Il non servire a nulla la sua massima aspirazione, il limitarsi a cogliere il raggio liquido di quest’aria blu, così spesso immersa in nebbie spettrali, che ne limitano i contorni.

Nelle zone immerse nell’acqua è la porta tra i mondi, tanto impenetrabili agli inferi come ai godimenti celesti. Terre di confine e ambiguità, in cui ciascun delitto è lecito, svuotato di efferatezza come di esecrabilità: luogo interdetto ai censori, ai contabili e ai gabellieri, riservato a geomanti, parabolisti, incantatrici e felini.

Ci vorrebbe uno Schiele felice per inquadrare la schietta bellezza dell’onda di prua, il suo sinuoso spiegarsi attraverso gli angoli segreti delle femmine Veneziane. Impossibile misurarne l’effetto, se non nei riservatissimi salotti cui solo esse possono introdurre, mercè un salvacondotto imperiale, sigillato in un tempo d’innocenza fatale.