I poeti antichi animavano di Dèi o Geni ogni oggetto sensibile: li chiamavano con un nome, li ornavano delle proprietà dei boschi, dei fiumi, delle montagne, dei laghi, delle città, delle nazioni e di tutto ciò che i dilatati e numerosi sensi percepivano.
In particolare studiavano il Genio di ciascuna città e contrada, riconducendolo alla sua divinità mentale.
Infine fu costituito un sistema, di cui taluni si approfittarono, riducendo in schiavitù la plebe, ricavando, astraendo le divinità mentali dai singoli oggetti; ebbe così inizio il clero. E trasse dalle favole poetiche le forme di culto.

William Blake

Il linguaggio della poesia per esempio: con la sua precisione clinica a rappresentare un immagine elusiva ed aleatoria. E’ un linguaggio adatto ad uscire dal tempo, a parlare delle cose come stanno, mutevoli ed inconoscibili. Il senso dell’esistenza immateriale pretende questo linguaggio.

Una esistenza ideale E’ un’esistenza pratica. Le idee sono semi che si trovano ovunque: la vita pratica è quella attraverso la quale si assiste alla fioritura di semi informi ed in apparenza irrilevanti, oltre che alla scomparsa di bellissimi semi pieni di promesse e curiosità.

La sperimentazione vitale, fuori dalle leggi e dalle norme di qualunque fisica, ha una forte componente pratica e realista, cioè magica. Ogni esistenza godibile, anche ammesso che possiamo considerare altrui una qualunque esistenza, è del tutto sperimentale, empirica, fuori dal tempo.

Ci sono oggetti di assoluta rilevanza che non sono visibili da un qualunque punto di vista situato nel tempo. La nostra esistenza fuori dal tempo non è comunicabile, se siamo privi dell’esperienza o della memoria della stessa. Ogni comunicazione, infatti, implica un accordo sui modi.