Non c’è un unico tempo: ci sono molti nastri
che paralleli slittano
spesso in senso contrario e raramente
s’intersecano. E’ quando si palesa
la sola verità che, disvelata,
viene subito espunta da chi sorveglia
i congegni e gli scambi. E si ripiomba
poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo
solo i pochi viventi si sono riconosciuti
per dirsi addio, non arrivederci.

Eugenio Montale
Tempo e tempi

Immaginiamo di emergere da un sonno che ha coperto un’intera stagione. Il nostro dominio, l’area che conosciamo, con cui siamo familiari, è mutata nel colore, nella consistenza, nelle forme e nei suoni. Muoviamo passi prudenti, a ricostruire la nostra connessione con l’ambiente.

La nostra percezione di noi stessi, la nozione dei luoghi e dei nostri simili, l’intera nostra definizione del mondo è depositata nella nostra memoria, in quella che consideriamo la prova dell’esistenza come la conosciamo. Non c’è nulla di più discontinuo e fragile, eppure: è tutto quello che abbiamo.

Ricordiamo di avere compiuto un percorso di esperienza, ricordiamo un senso anche profondo della nostra intelligenza, crediamo di essere una persona continua, che ha attraversato un certo spazio e tempo, adattandosi alla mutazione, costruendo connessioni affettive, fisiche, ideali.

La nostra memoria è legata a ben altro che alla nostra consapevolezza. Pure l’accesso alla memoria è determinato dalla nostra capacità di metter piede in un area inconsapevole e frammentata, la nostra esistenza multidimensionale ed extratemporale, che è la nostra vera realtà: ugualmente siamo quello che ricordiamo.