E’ un po’ strano, per me a questa età, osservare imparzialmente l’ipersensibilità e la totale insensitività negli stessi miei contemporanei vicini. Il mondo sensibile, quella che si definisce molto grossolanamente la realtà tangibile, è preso come l’intero universo, non come un semplice aggancio convenzionale, attraverso il quale passare per poter afferrare un sentimento più largo dell’esistenza e del divenire.

Non che io sia davvero impegnato nel voler fornire indicazioni sulla coscienza etica a nessuno. Mai mi è passato per la mente di descrivere un qualunque efficace sistema morale. Sono passato attraverso troppi sistemi convenzionali per poterne davvero sostenere uno. Ma le indicazioni che il paesaggio ci da, mentre lo attraversiamo, andrebbero prese nella giusta luce, con un forte senso dell’attualità.

Stiamo tutti osservando la fine di alcuni mondi, mentre ne prendiamo consapevolezza. La fine dei sistemi economici teoretici così come di quelli ideali, la fine delle mitologie inventate così come quella degli equilibri arbitrari. La parola crisi è così tanto fuori luogo: è quasi una categoria giovanilistica valida solo in un mondo che finge un giovanilismo sciocco ed irrilevante. A chi può importare tutto ciò? Quale l’importanza della demografia sociologica?

Solo i bambini che non vanno a scuola possono vedere il mondo nuovo direttamente. Noialtri possiamo scivolare quasi ciecamente sulle macerie di tutti questi equivoci, di questa storia che ci ha dato un senso infernale della vita. Ma noi tutti siamo qui anche per fare i conti con questa distorsione. Stiamo soltanto misurando la nostra autentica visione con questa stessa distopia.