Tempo di interrogarci su una nuova definizione del lavoro, specie come vettore di integrazione sociale, come indice di capacità di contributo al movimento sociale. La definizione più probabile, in questa dimensione, è quella di produttività, laddove si intende quantitativamente la mole di spostamento prodotta e qualitativamente la capacità di adesione al progetto sociale stesso.

Una definizione alternativa di lavoro implica accezioni meno industriali e più adatte all’evoluzione interiore umana: la pratica del movimento umano finalizzata alla costruzione di una luminosità individuale, utile alla conservazione dell’identità ed al nutrimento della comunità, il più possibile simultaneamente. Questa definizione è probabilmente utile solo in comunità intellettualmente più avanzate.

Lo stato delle cose, dal punto di vista della comunità hegeliana, è cospiquo soprattutto nella cessazione dell’opportunità di impiego, cioè della capacità di produzione di un qualunque reddito utile al mantenimento dello stato sociale. Non credo si tratti di una crisi affrontabile come passaggio da una nozione dello stato sociale novecentesco ad uno più maturo e probabile. Io credo invece che qualunque nozione di stato sociale sia giunta al naturale esaurimento.

Il lavoro umano deve essere mirato alla transformazione di una sostanza in un’altra. Le energie, sia terrestri che celesti, presenti di fronte a noi, devono normalmente essere lavorate per venire utilizzate. Le funzioni primarie: la coltivazione, la raccolta e la caccia, quelle secondarie: la cottura del cibo, la fabbricazione di ripari, la formazione di strutture che definiscano la comunità e l’identità, quelle terziarie: le connessioni tra le forze terrestri e quelle celesti, che in termini di mediazione è la funzione fondamentale dell’uomo, hanno soltanto questo scopo, nella realtà.

L’incapacità di distinguere, tipica dell’età industriale, tra l’esistenza contemplativa, meditativa e poetica ed il dolce far niente, non genera altro che la confusione tipica di chi considera la produzione come scopo in sè anzichè come il processo di decantazione dell’essere umano. In pratica ciascun prodotto dell’azione umana è solo una friabilissima struttura transitoria, a supporto unico della prosecuzione del processo.