Facile parlare di maestri, riferirsi a quelli come fonti di riferimento, senza prendersi la responsabilità delle proprie azioni, nè l’obbligo di ubbidire loro senza discutere. Attualmente, solo la presenza forte e chiara dell’una assolve dall’altra. Alla fine della giornata ambedue sono obbligatorie, se la relazione con un maestro deve essere considerata un fermo impegno per (tradizionalmente) dodici anni.

Noialtri si misura una relazione (fra attori meno che pari) attraverso l’uso di categorie volatili come stima e rispetto. E’ probabile che in una conferenza accademica queste considerazioni siano sufficienti, di certo non lo sono in una trasmissione da maestro ad apprendista, e, quando il maestro non sia formalmente incaricato, nelle fasi in cui l’incontro avviene e l’allievo è meno consapevole del maestro.

La stima implica, oltre che una nozione relativa dei valori comuni, la misura dell’altro attraverso la propria esperienza ed intelligenza. Misuriamo quello che dovrebbe portarci ad un diverso livello di coscienza attraverso i nostri usuali parametri di valore, per definizione inadatti. Riportiamo la realtà alla misura del nostro braccio insomma. Esattamente come chi, dalla sua cantina, non voglia uscire alla luce, ma trascinarla dentro.

Il rispetto non è molto diverso: consideriamo il valore del maestro attraverso gli usuali modi di interpretazione, forse adatti alla dimensione convenzionale cui aderiamo, ma del tutto fuori luogo in qualunque dimensione differente. Per continuare ad abitare, più o meno confortevolmente, la nostra usuale dimensione, non abbiamo proprio nessun bisogno di un maestro, ma solo di un datore di lavoro.