La realtà non è una categoria filosofica sostenibile, non più di quanto lo sia il sogno. Il nostro comune modo di visualizzazione da luogo al nostro terreno comune: svanita la convenzione, svanito il mondo. L’accordo di consenso comunicazionale, nella percezione dello stato delle cose, è tutto. Linguaggi, dispositivi semantici, vocabolari e paradigmi sono lì apposta. Per trovare un terreno comune.

Non sono io a negare l’importanza imprescindibile di un terreno comune. Io sono solo stupefatto dell’enormità dell’atto di fede necessario ad inventarne uno, specie se si tratta del più miserabile dei terreni immaginabile: il nostro minimo comune denominatore. Ogni pseudocultura di massa è regolata in questo modo. Noi, invece, abbiamo bisogno di un autentico sentimento ben fondato sullo spazio che abitiamo insieme.

Molti crimini contro l’umanità sono perpetuati attraverso il sostegno di una realtà che stabilisce il suo primato. Non sono le ideologie il pericolo, ma piuttosto i falsi metodi scientifici, i falsi metodi storici: le dimostrazioni strumentali di questo primato, di stampo molto più nazista che storico, più adatte al controllo dell’opinione pubblica che al progresso di una idea o di un’altra. La realtà, a volte, è solo una convenzione linguistica.

Compito della filosofia non è definire la realtà, ma accertarne (ed accettarne) i limiti nelle singole definizioni. Ogni tentativo di incorporazione di un mondo è limitato dalla sua accettazione diffusa, dalla sua plausibilità. Ogni definizione è ridicola: la tessitura del mondo reale è troppo complessa ed articolata per rientrare in una qualunque definizione convenzionale. Anche quando ne va dell’intera struttura economica.