Ho un sentimento fermo, radicato nella mia infanzia più profonda, che riguarda un mondo deserto, privo di abitanti in moto. E’ un sentimento di connessione con ciascuna delle cose che attraversavano il mio sguardo, e del suono che riempiva in modo sottilissimo lo spazio, come una luce radente che si diffondeva col progredire del giorno.

Lo spazio intorno alla casa della mia infanzia era poco abitato. Un contadino nella vigna, un pescatore sulla spiaggia a riparare le reti, una donna anziana con i contenitori del latte: nelle mie passeggiate la mattina molto presto, un abitudine che ho avuto sin da bambino, non incontravo nessun altro.

Era un mondo silenzioso, il mio. Niente automobili, nè macchinari industriali, solo la sirena del porto, alle otto di mattina, mentre io già rientravo. Era anche un mondo buio, i pochi lampioni diffondevano una luce gialla, incredibilmente debole. Lo spazio per l’ascolto, e per una meditazione completamente astratta, era molto ampio.

La mia idea del lavoro umano è una idea orticola. Preziosi semi che amministrati saggiamente producono cibo, attraverso una lunga, costante e spesso minuziosa opera ricreatrice. Non ho avuto mai nemmeno una idea di giardino diversa da quella della antica casa del nonno: non un giardino all’italiana, solo alcune aiole incredibilmente fiorite.