If we are sufficiently free within our improvising & extemporizing, with part of our attention outside the activity, we have a small amount of freedom to direct what’s going on, and a small amount of freedom to respond to what’s not going on – and perhaps spontaneous composition may take place. RF

La mia esperienza del mondo, che è una esperienza essenzialmente uditiva, viene molto limitata in questi miei anni postmaturi da una sorta di resistenza attiva, solo parzialmente comprensibile, delle mie orecchie. Non si tratta solo del mio orecchio interno, che è inevitabilmente mutato forse in senso decadente. E’ proprio un fenomeno a causa del quale le mie orecchie si chiudono, cessano di udire.

Ricordo il tempo in cui la mia direzione si orientò ad una musica rallentata, che consideravo come attualmente virtuosa in sè. Compositori come Erik Satie e Morton Feldman, o più tardi Arvo Part, mi fornivano indicazioni su come ascoltare Bach meglio di quanto fosse stato possibile fino ad allora. Oggi mi misuro con altre categorie del suono: l’estensione di ampiezza, certo, ma anche con quella che definirei densità.

L’eccesso di pressione acustica è quasi una banalità, ma devo considerare anche l’eccesso di informazione. I set di tamburi, per esempio, possono creare, insieme alle tonalità più basse, una densità insopportabile. Le mie orecchie reagiscono chiudendosi, selezionando in modo molto fermo il suono cui sono esposto. Tutto questo, se certamente implica una limitazione al godimento senza testa, dischiude pure tutta una serie di possibilità più sottili.

Abbassare il volume è probabilmente necessario. La nostra mente reagisce a suo modo ad ogni eccesso tossico, ma tutto questo implica necessariamente un grande sforzo di adattamento, che lascia segni imponderabili. Un ambiente a basso impatto acustico, una musica più vicina al silenzio rendono udibili le sfaccettature meno usuali, allargando l’idea che possiamo avere del mondo, rendendola meno limitata.