“La transmutation que la science du coeur fait subir au dogme consiste à en rendre transparente la limite ; l’énoncé qui clôturait avec autorité l’horizon, parce que disant tout ce qu’il avait à dire et rien de plus, est transmué en un symbole qui montre autre chose.”
(L’imagination créatrice… Henry Corbin)

Strumento della vitalità, così come testimone della sua presenza, è l’intelligenza. Possiamo accettare a volte la mancata intelligenza fra gli attori determinanti, mai derogarne la necessità. Intelligenza è ciò che si svolge fra un partecipante al gioco e l’altro, in una rete sterminata. Essa è pure il segno della relazione con la fonte.

Il vero nome della comunicazione è intelligenza. Essa implica una corrispondenza di spinte e direzioni, di modi e di linguaggio, implica la comprensione dell’ambiente nel tempo. Di certo non si può parlarne più di tanto, così come della vita o della verità, chè non ci sono i termini, non ci sono i necessari limiti sperimentali.

Ogni valore che un uomo possa apprendere è mediato dalla sua capacità di stare in una rete intelligente, sovrapersonale, vibrante e mutevole. Non c’è nulla di facile eppure la semplicità di questa affermazione è lampante. L’alternativa a questa capacità è l’oblio, la insensitività, la catatonia. Non ce la possiamo affatto permettere.

Se abbiamo un piccolo diritto di essere stupidi, candidi, ignoranti, non ne abbiamo nemmeno uno di essere meno che intelligenti. Pena il mancato contributo alla vita, pena il mancato contatto con essa, pena il mancato nutrimento da essa. Se è vero che siamo troppo poco intelligenti, non è vero che non lo siamo affatto. Non saremmo percepibili, altrimenti.