A volte l’esperienza, il bagaglio di nozioni apprese fisicamente, emotivamente ed intellettualmente, quello che fa di noi ciò che crediamo di essere, è incompleta. Essa è troppo frammentata cioè, per essere qualcosa più di un sottovalutato peso. Ne sopravvalutiamo l’utilità, inoltre, e manchiamo comunque di considerarne equamente il valore.

Vero che i nostri vecchi avevano una esperienza valutabile, perlomeno in termini di autentica esperienza del dolore, ma per noi non è lo stesso. La nostra esperienza è diluita da una continua ridigestione, resa possibile dalla comodità dei mezzi, che ne moltiplica le sfaccettature rendendola inconsistente, per così dire: troppo interpretabile.

Così come la realtà è definita da una precisa e chiara fonte di energia, la vera esperienza è definita da una forte e chiara mutazione. La lezione viene impartita, in perfetta misura di dolore e speranza, quando ne abbiamo bisogno. Essa ha la funzione di dirigerci, focalizzarci, mostrarci lo stato delle cose: noi ci adattiamo. Oppure no.

Perfino quando è una questione di reale vitalità, noi resistiamo all’abbandono e all’immersione e siamo incapaci di apprendere la lezione semplicemente. Mantenere rigidamente una posizione ha ben poco a che fare con la vita: la lezione viene perciò reiterata, spesso con modi ed eventi più diretti o brutali. Perchè siamo noi ad aver bisogno della vita, ancora più di quanto essa abbia bisogno di noi.