Chiunque mi ha suggerito di prendere il controllo. Della mia vita, del mio lavoro, della mia casa. Io invece aspiro a perderlo, il controllo. L’esercizio della volontà progettuale, il pensiero positivo che crea ricchezza, la tensione pionieristica di una innovazione senza precedenti, la competizione sportiva a compensare lacune emotive, sono condizioni che mi fanno orrore, pena, disgusto.

Mi viene sempre in mente un giovane americano, magari bostoniano, magari wasp, che confessa al padre di amare l’estatica musica araba. Capirei che il padre lo scacci di casa, perchè sarebbe giusto che lo facesse, data l’immensa contraddizione che questa musica porterebbe nella sua casa, nella sua vita, nel suo paese. Sarebbe una grave rivoluzione.

Mi viene in mente Carl Jung, che prende le distanze da Freud senza clamore accademico e se ne va in Africa. Questo prevedo sarà la nostra vita fra cinquant’anni, con infinita speranza per il benessere dei miei figli: più Africa. Più abbandono, più senso comune, tecnologia elementare ed utile. Una forma d’arte completamente inedita, che nessun contabile possa appendere in salotto.

Osservo il declino del nostro mondo spiacente: le menzogne trattate come unica fonte, la disperazione mascherata da ottimismo. Non mi interessa di certo l’analisi dell’errore, a me interessa la nuova destinazione delle forze, dell’attenzione, dell’intelligenza. Mi interessa la speranza che i miei figli hanno di occuparsi di cose vitali, anzichè di restaurazione e nostalgia. Non mi interessa la salvezza del mondo, mi interessa lo spirito vitale.