Non è difficile immaginare un mondo privo di agitazione, di traffico, di sciocco moto verso un posto differente dal proprio. A volte, mentre mi tocca di attraversare alcuni nodi chiave di questo imperturbabile e rigido flusso, mi trovo in una specie di sospensione, certo notevole proprio perchè insolita, improbabile. I turisti hanno questo che li rende riconoscibili: non arrivano mai, nemmeno quando tornano a casa.

Meno facile è visualizzare l’abbandono dei luoghi in cui l’attività umana è completamente parte del paesaggio, quelli in cui i partecipanti non sono in transito, ma a casa loro. La differenza tra gli umani è tutta tesa tra la padronanza e la mancata appartenenza al paesaggio. Ciò che rende gli umani vulnerabili, inefficienti, inutili, è lo sradicamento. Molti di noi usano l’energia propria di cui sono dotati per colmare questa mancanza di connessione, ma pochissimi possono farlo a lungo.

Nelle città più grandi, note ed amate, del vecchio e del nuovo mondo, si trovano aree in cui la connessione è visibile. Anche un piccolo gruppo di blocchi urbani può somigliare ad un villaggio, con le competenze distribuite, un’economia plausibile. Spesso sono i nuovi arrivati, gruppi connessi da una lingua speciale, da una speciale visione, ad avere una maggiore capacità di connettersi. Altre volte la connessione sembra quella di un gruppo di perseguitati.

Ma considerare le vere forze che regolano l’esistenza umana sul pianeta, aldiqua del desiderio umano, può essere impressionante. Capita di poterlo fare quando la presenza umana è debole, quando la rete impositiva della mentalità umana non è stata stesa, quando le risorse locali sembrano irrisorie. Gli spazi bianchi, sulle carte geografiche, sono i luoghi in cui si intravede la struttura naturale che potrebbe spazzarci in un minuto, cancellando memorie che sembrano eterne.