La nostra identità, il nostro carattere sono poggiati su ciò che ricordiamo, l’insieme degli oggetti e delle strutture che crediamo di essere. Non c’è molto da fare, la nostra stabilità emotiva, tutti i nostri limiti, il nostro stato mentale e fisico, sono raccolti intorno a questa strana, vacillante immagine di noi stessi che abbiamo. Certo, ci guardiamo anche con gli occhi degli altri, ma in fondo ci fidiamo solo di chi ci rassomiglia, di chi vede quel che vediamo noi stessi.

L’età, lasciata a sè stessa, tende a portarci ad una specie di saturazione, come se non avessimo più spazio nella memoria per immagini nuove, per suoni davvero inauditi. Il nostro essere esperto ci impedisce così di confonderci, spaesarci, perderci, o almeno tenta di impedircelo, perchè la confusione è grande, perdersi è facile. Così, automaticamente, è in atto un processo di ricostruzione della nostra vita passata che per il nostro conforto tende ad essere lineare, liscio, storico.

Credo che non ci sia proprio nulla di lineare nella nostra esistenza. Credo che lo scorrere del tempo, il vagare nello spazio siano percorsi piuttosto differenti da quelli immaginati, almeno a considerare il fatto che non siamo soli, ed il tempo non scorre affatto per tutti nello stesso modo. Credo che la difficoltà più grande derivi dalla nostra sensazione troppo breve del tempo, che è più complesso, e molto più lungo di quanto ameremmo sia. Lo spazio, per quanto mi riguarda, è invece molto, molto più articolato.

Non è possibile augurarsi di venire maltrattati troppo, ma un senso corretto del nostro stato attuale potrebbe venire proprio da un forzato spaesamento. Accettare la posizione nella quale nessuna delle nostre abituali posture funziona più sarebbe forse sufficiente per prendere una consapevolezza maggiore, se non decente, della reale natura del nostro ambiente. L’esperienza turbativa della dislocazione emotiva potrebbe essere il giusto contesto per una educazione alla realtà, alla forma che le cose hanno nella realtà.