Abbiamo uno spazio, accanto agli altri, che possiamo abitare in un modo degno dell’esistenza umana. Conoscersi e riconoscersi, in mezzo a questo pianeta rumoroso, è possibile solo se le nostre voci risuonano. E’ il suono che tiene insieme il nostro mondo, chè il silenzio non è assenza di suono. Il circolo di guarigione di cui facciamo parte è intonato su una fondamentale precisa, sulla quale risuona ogni cellula del nostro corpo immaginale.

Ogni sofisticata dominante è legata indissolubilmente alla sua tonica. Il nostro scopo sapienziale è il sentimento di questa tonica, che definisce ad un tempo il luogo che insieme popoliamo, i colori della nostra lingua comune, l’apparente nostra presenza stessa. L’insieme di queste condizioni ambientali fragilissime e comunque effimere, quello che noi conosciamo come il nostro mondo, è poggiato sulla densità di una sillaba superbamente pronunciata.

La forte assunzione di responsabilità implicita nel professare una parola ci richiama la necessità di apprendere un linguaggio comune. C’è una importante assunzione nell’affermare, una presunzione che l’opportunità di toccare l’altro andrà a buon fine, che la sua statura è pari alla nostra. Tracotanza ed arroganza sono le caratteristiche di chi si appropria di poteri cui non ha accesso, occorre prima affinare gli strumenti, la padronanza degli stessi.

In questa mia isolatissima stanza, il silenzio entra come la massima benedizione. Percepirlo per me vale più di mille ragioni, che gli amichevoli esseri che mi trovano intendono portare. La presenza del silenzio equivale alla purezza dell’aria, alla pulizia dell’acqua, ai fini del sostentamento di tutto ciò che sono, che ancora è fuori dalla portata della mia intelligenza, come della mia esperienza.