Ci sono diversi modi di abitare il paradiso, dobbiamo accettare la responsabilità di questo, che sono differenti soprattutto nella capacità di goderselo. Sappiamo tutti che in sè è già molto difficile godersi un qualunque paradiso in quanto privo di forma e di contenuto, privo di specificità e quindi di attrezzature utilizzabili, di strutture percorribili, di conforto tecnico, di calore umano.

Noialtri si fa i conti con un allegria elusiva, spezzata, delicatissima. Ne rincorriamo la presenza, senza mai preoccuparci di alimentarla in un processo disciplinato e fermo cui essa non sembra corrispondere molto, ma che è nondimeno necessario. Questa allegria ha bisogno di molto lavoro per essere sostenuta, occorre pulire accuratamente il giardino, rifare i letti, preparare il pranzo ma anche e soprattutto rimettere in ordine la cucina.

Ci si misura con una gioia che è retta dalla sobrietà, dalla semplicità inarrivabile del gesto completo, dalla celestiale sensazione del primo sorso di vino, dalla fragranza del pane che abbiamo impastato, dalle risa dei bambini educati, dal canto che possiamo intonare la sera, tutti insieme. Per abitare degnamente il paradiso, lungi dall’essere il nostro scopo finale, occorre abrogare, oltre ogni cosa, alla somma illusione: la ricerca della felicità.

Ogni paradiso infatti allude a qualcos’altro, a qualcosa che sta oltre il paradiso stesso. Ogni senso di soddisfazione è fuori luogo, ogni frustrazione insulsa, occupiamo soltanto uno spazio consapevole che ci da il senso della sensazione prossima ventura, del nostro nuovo scopo. Ottenere l’accesso alla nostra destinazione ci procura una nuova consapevolezza, nuova energia, una nuova destinazione. Ancora possiamo procurarci mezzi e competenza, strumenti affilati di penetrazione della realtà.