La nostra vita pratica consiste di esercizio e di disciplina. La concrezione di tutta la nostra esperienza immaginale risiede nella preparazione del cibo che mangiamo, nei fiori del nostro giardino, nella qualità delle strutture all’interno delle quali abitiamo, lavoriamo, studiamo. Le attrezzature di cui la nostra casa è dotata sono alla portata della nostra azione quotidiana di mantenimento ed espansione.

Ci sono poche cose che posso augurare come l’esperienza di una pianta che cresce, grazie alle nostre cure ed attenzioni quotidiane. Nella mia piccola esperienza non c’è molto di più miracoloso. La pratica dell’arte è pratica di coltivazione dei semi portati, diciamo, dal vento nel nostro dominio. Questa pratica culturale presuppone una conoscienza appresa per eredità, trasmessa da chi si trova qualche passo più avanti sul nostro stesso cammino.

Ora, la Visione. Non ho personalmente una esperienza diversa dall’umilissima ri-conoscenza del ripetersi dell’opportunità. Non conosco la tecnica del progetto e della lenta realizzazione della costruzione tecnica. Non sono a conoscenza dell’utilità della ripetizione di un modello di valore accertato. Ogni pianta, ogni tempura, ogni canzone è indefinitamente più complessa di qualunque modello accuratamente progettato.

Di fronte a questo prato, davanti al quale ho trascorso la più grande parte della mia vita, non è difficile immergersi e affondare in una spaziatura mimetica ed entrare nella tessitura stessa. Il desiderio che mi spinge è la riconquista dell’innocenza e dello stupore infantile, ogni storia che ho sentito raccontare alludeva a questo. Denaro e potere servono ad ottenere più cibo e più sesso, a rinforzare l’immagine che altri hanno di noi, non ci procureranno il perdono dei nostri genitori.