Scrivere è un’azione troppo esplicita. L’esplicitazione offende le fragili menti contemporanee, che presumono una identità ed una comunità che non hanno, se non in termini di meccanismo sociale di difesa. Per me funziona così: il mio equilibrio personale sta con la testa fra le nuvole ed i piedi per terra, imprescindibile la prima i secondi fanno quello che possono.

Molto meglio leggere, inseguire l’ineffabile traccia implicita, scoprirla ed affrontarla, in un vortice di significanti e significati quasi incolmabile. Non so che farmene, in realtà, della storia della letteratura: il mio è più un succedersi di cadute accidentali, così profondamente accettate senza romanticherie. I libri mi cercano, io li accolgo volentieri. Spesso si limitano a starsene sotto il mio letto, in certi grandi cassettoni, e li assumo a causa di una osmosi lenta, e pure solida e sanguigna.

Tenere i piedi ben poggiati sul pianeta mi riesce, impantanati nel mondo mi costa troppo. Non mi posso permettere quello che mi costa troppo: uscire con gli amici a divagare davanti a vino cattivo, vaneggiare in termini di economia politica in assenza di un paradigma ideologico chiaro, leggere i fatti della cronaca tradotti e commentati senza avere accesso agli atti, progettare la riforma legislativa davanti allo statuto di un nuovo partito, commentare la storia del cinema, della televisione, della canzone d’autore.

D’altra parte io non capisco il senso di una scrittura priva della massima apertura del cuore. Certo, non tutti vogliono essere esposti ad un cuore che sanguina, così possono rivolgersi ad altre risibili operazioni di marketing. Il mio tempo corre veloce, le mie settimane durano anni, e tutto mi appare sempre più stanco e consumato. Jesus was a sailor, only drowning men can see Him.